Reality. Il doppio occhio di Garrone

Bellissimo. Non è soltanto un giudizio di valore, che si può esprimere su Reality, il nuovo film di Matteo Garrone, in uscita nelle sale da venerdì 28 settembre e distribuito in 350 copie, ma un titolo alternativo, che si può associare a questo film cambiando l’ultima vocale del capolavoro neorealista di Luchino Visconti.

Nel film di Garrone, Bellissima, riferimento cinematografico, come le opere di Eduardo De Filippo e della commedia all’italiana, confermate dallo stesso Garrone in conferenza stampa, è stato adattato, stravolto, rovesciato prendendo in considerazione un’altra cornice mediatica: la televisione. Non è però, come potrebbe banalmente sembrare, un film su questo medium, ma una favola contemporanea, introdotta dalla borbonica sequenza iniziale, che si ispira ad un fatto realmente accaduto, tra realtà e sogno su un certo tipo di pubblico, nel film televisivo; l’ossessione del sogno di popolarità offerto dal programma televisivo Il Grande Fratello, di cui compaiono anche il logo e parte degli spazi ricostruiti. E’ una riflessione amara sugli effetti deleteri causati non già dai media, ma da contesti familiari, privi di cultura.

A spingere, infatti, il semplice e puro Luciano, pescivendolo napoletano innamoratissimo di sua moglie e della piccola Alessandra, non è una donna popolana e matura, ma la più piccola della famiglia, che, quasi a vendicare il torto subìto dalla figlia di Maddalena Cecconi, applica la pena del contrappasso e costringe il padre a entrare nel sistema mediatico per vederlo trionfare nel GF.

E proprio la risata finale accomuna ancora di più le due pellicole: nel film di Visconti però è una risata di gioia grottesca, qui quasi un ghigno amaro, tra la pazzia e l’irriverenza di un uomo, che, nonostante tutto, ha raggiunto il suo obiettivo vitale ed esistenziale: entrare nella casa del Grande Fratello e “never give up”.

Garrone, che con questa pellicola ha ricevuto meritatamente il Gran Premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes, costruisce un affresco di respiro internazionale (il dialetto e l’ambientazione napoletani – ben riconoscibile è il Palazzo del Colera – sono dettagli scenografici) affidandosi ad una fotografia, carica di luce e colore, che esplodono soprattutto nei pedinamenti dei personaggi e negli interni (che ricordano quelli di Vermeer con lo stesso uso di giallo e rosso nel ritrarre le donne nelle loro abitazioni), ai personaggi, in bilico tra Botero e maschere del teatro napoletano (arte quest’ultima che condiziona anche lo spazio scenografico vedi il bancone-palcoscenico di Luciano e lo stesso cast artistico proveniente dalla Compagnia della Fortezza di Armando Punzo) e ad un montaggio, curato da Marco Spoletini, che rendono il racconto lineare, diviso per tematiche in due parti.

Nella prima, Garrone descrive il bozzetto familiare, coeso e genuino, nella seconda, dove il regista affronta la tematica esistenziale della perdita di identità, si raggiunge un climax empatico che scava nella psicologia di Luciano, impazzito nel credere di essere spiato dall’occhio del Grande Fratello (vedi la scena del grillo non parlante e la ricostruzione del confessionale). Se “never give up” è il motto di Luciano e dei suoi simili, Garrone non molla mai nel regalarci pellicole di riflessione come questo viaggio, girato in sequenze, nella mente di una persona che perde la sua identità.

Alessandra Alfonsi

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