Il sacrificio della vergine. Salvare i vampiri dall’estinzione

Nell’ultimo ventennio l’attenzione cinematografica per la figura del vampiro sembra essere esponenzialmente aumentata, annoverando molti prodotti differenti (a partire dai vari remake filmici del romanzo di Stoker fino ad arrivare a pellicole di ben più nota portata mediatica) ma accomunati – nel complesso – da una qualità di realizzazione assolutamente insufficiente. Escludendo il bel Dracula di Bram Stoker di Francis Ford Coppola, è innegabile che i vari lavori ispirati alle figure dei non-morti siano ben lontani dagli splendori raggiunti da Murnau (Nosferatu – 1922) e Herzog (Nosferatu, il principe della notte – 1979).

Complice di questo fenomeno potrebbe essere l’interesse crescente che anche gli altri media stanno dimostrando per questo genere narrativo: i serial televisivi (da Buffy, the Vampire Slayer a The Vampire Diaries) e le opere narrative (parliamo dei prodotti dell’universo espanso di Twlight) contribuiscono – con la loro ibridazione dei codici espressivi – a snaturare una figura che all’interno del cinema aveva raggiunto una propria dignità grazie alle alte interpretazioni di Cristopher Lee o di Bela Lugosi negli anni d’oro del cinema di genere. La chimerizzazione degli strumenti narrativi nel passaggio dal cinema alla televisione può essere individuata come uno dei motivi di questa transizione delle valenze iconologiche del vampiro ma, certamente, non si tratta della ragione prevalente.

La motivazione fondamentale di questo slittamento (che, repetita iuvant, è responsabile dell’abbassamento qualitativo generale della cinematografia di sotto-genere) sia di ordine per così dire sociologico. Per giustificare questa affermazione sarà sufficiente risalire genealogicamente alle vere caratteristiche del vampirismo così come la letteratura ce le ha tramandate. Considerando in questa luce il fenomeno del vampirismo si mette subito in evidenza il carattere di confine del rapporto donna-vampiro, cosa che già Stoker aveva correttamente evidenziato. Per le giovani donne di una società puritana come quella del secondo Ottocento inglese il contatto con una creatura oltremondana assumeva un valore di passaggio, pari a quello del primo rapporto sessuale (i vampiri – classicamente – si nutrono soltanto di sangue virginale).

La carica sensuale (e sessuale) che il morso di Dracula ha per Mina Murray si comprende solo alla luce di un contesto storico che, pur censurando esteriormente i Discorsi (nel senso focaultiano del termine) sulla sessualità, ne è profondamente pervaso in maniera sottocutanea. Questa è l’originale funzione del vampiro, una creatura di soglia per una esperienza di vita che si configura esplicitamente come un’esperienza di transizione all’età adulta. Non sarà quindi un caso che anche nell’adattamento (ben riuscito) di Francis Ford Coppola, Mina appaia con attributi completamente di donna soltanto dopo aver ricevuto il morso del Conte, mentre prima conservava qualche aspetto dell’adolescente alto-borghese tipicamente inglese.

Tutte le pellicole che hanno cercato di scavare in profondità, nel seno di una tradizione plurisecolare che miscela sapientemente etica puritana, religione, scienza e misticismo, sono riuscite a riportare alla luce il significato profondo di queste creature della notte. Come si accennava, cercare di applicare questo paradigma esperienziale all’attuale panorama filmico e sociale risulterebbe assolutamente impossibile. La ragione è presto detta: a più di duecento anni di distanza, la perdita della verginità non è più vista come un rito di passaggio all’età adulta, essendo diventati altri i segni distintivi che denotano la transizione alla vita vera. Il vampiro ha quindi perso la sua funzione primaria, accompagnare le vergini alla soglia.

La conseguenza di questo cambiamento è uno scollamento sensibile fra l’idea innata del vampiro, che ciascuno di noi (anche inconsciamente) conserva, e il contorno socio-culturale che oggi ci ritroviamo di fronte. Procedendo in questa direzione, se la cinematografia non si impegnerà a trovare un nuovo statuto esistenziale per i non-morti più longevi della letteratura, profondamente studiato e conforme alle mutate esigenze del pubblico, non sarà più possibile godere di buoni risultati in questo senso. Alcune delle ultime pellicole proposte ce lo confermano: in questo senso, anche il Dracula 3D di Dario Argento potrebbe mancare l’obiettivo; non è nelle nuove tecnologie anestetizzanti che va cercata la soluzione a questa crisi narrativa. I nostri vampiri hanno bisogno del sangue di nuove vergini e non di sterili e fredde soluzioni meccaniche.

Giuseppe Previtali

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