The Wedding Party. Una commedia di eccessi

Nelle sale dal prossimo 18 ottobre, The Wedding Party nasce come pièce teatrale dalla vivace penna di Leslie Headland, regista, drammaturga e sceneggiatrice californiana. Tra le sue intenzioni c’era quella di raccontare le contraddizioni che caratterizzano, oggi come oggi, l’universo femminile diviso tra il desiderio di fare carriera e la smania di sposarsi, nel tentativo di puntare sempre al meglio ma nella giusta misura. Tuttavia, quella che inizialmente doveva assumere le sembianze di una storia seria, nel riadattamento per il grande schermo si traveste sempre più da commedia nascondendo, in realtà, un dramma insito nelle vite di ciascuna protagonista.

Seduti sulla poltrona rossa, nell’attesa di passare un paio d’ore in cui a farla da padrone siano le risate, già dopo pochi minuti ci si rende conto di trovarsi di fronte a una tragedia in cui qualsiasi valore, primo fra tutti l’amicizia, viene sgretolato da invidia e superficialità. Becky (Rebel Wilson), decisamente in sovrappeso, annuncia a un’attonita Regan, il suo imminente matrimonio con un promettente ragazzo newyorkese, sfoggiando nel contempo un luccicante anello di fidanzamento. E’ così che dopo tanti anni, l’ambiziosa ed elegante damigella d’onore Regan (Kirsten Dunst) , la pungente quanto sboccata Gena (Lizzy Caplan) e la bella Katie (Isla Fisher), svampita e totalmente distaccata dalla realtà, si ritrovano di nuovo insieme per festeggiare l’addio al nubilato della futura sposa, soprannominata a sua insaputa “faccia di maiale” ai tempi del liceo. Ma qualcosa va storto. Le malignità delle tre pseudo-amiche gli ricadono addosso con tutta la loro violenza, costringendole a una folle corsa contro il tempo per evitare che il matrimonio non vada all’aria. Le tre donne, ad onor del vero, impegneranno tutte le loro risorse affinché la vicenda abbia un lieto fine, dando ognuna il peggio di sé e nascondendo, dietro l’emancipazione e gli atteggiamenti disinibiti, una profonda fragilità, costellata dalle loro personali storie di bulimia, aborti e abuso di stupefacenti.

In un vortice di situazioni sulla falsariga di Una notte da leoni, a fare da cornice alla storia c’è la buona interpretazione delle protagoniste purtroppo oscurata da una sceneggiatura che non gli rende giustizia, dialoghi piuttosto vacui, vicissitudini tristi e anche discretamente squallide quasi sempre ricoperte da una patina di volgarità. Il film ci descrive una società alla deriva governata da sesso, fumo e alcol puntando su questi come elementi comici e volendo far credere allo spettatore che questa sia la normalità. Usciti dalla sala, non rimane altro che la delusione per non essersi divertiti e l’amarezza al pensiero che spesso, nel cinema moderno, si considerino divertimento ed eccessi due parti della stessa medaglia.

Stefania Scianni

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