Il cinema italiano che stanca. La Top 12 di Michele Anselmi

L’angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su il Secolo XIX

Gira sul web, sospinto da un discreto tam-tam, un vademecum di Angelo Pannofino intitolato: “Semplici istruzioni per fare un tipico film italiano da presentare alla Mostra di Venezia e ottenere un buon successo di critica”. Il catalogo sbarazzino prende di mira una certa ripetitività del nostro cinema da festival: nei temi drammatici, nella denuncia del consumismo, nei richiami alla camorra e a una Napoli assolata e torbida oppure oscura e spietata, nella scelta degli attori, bravi per carità, ma un po’ sempre gli stessi: Favino, Servillo, Germano, Mastandrea e naturalmente Alba Rohrwacher, la più gettonata.

Ma forse si può fare di meglio. Ci provo, in una sorta di secondo capitolo della compilation vergata un anno fa sul “Secolo XIX”, partendo da una domanda che si può sintetizzare così: «Cosa non si sopporta più nel film italiano d’autore?». Non che manchino i talenti. Benché tornato pesto dal Lido, a parte i premi di consolazione all’attore Fabrizio Falco e al regista-operatore Daniele Ciprì, il nostro cinema di qualità possiede idee, stile, intelligenze. Peccato che poi non incassi, e qui il discorso porterebbe lontano. Ma c’è anche tanta fuffa: quel mix di tormentoni, trovatine, pretese poetizzanti, le immancabili musiche di Arvo Pärt o di qualcuno dei Negramaro. Le scelte sono squisitamente personali, quindi opinabili e senza pretese di oggettività. Chi vuole aggiungere spunti, suggerisca pure. Allora vediamo.

Non vorrei più vedere…

1. Il momento Herlitzka. Il settantacinquenne attore teatrale sa essere straordinario al cinema, basta vederlo nei panni dello scettico psichiatra del Pdl in “Bella addormentata” o in quelli del patibolare Moro in “Buongiorno, notte”. Ma dev’esserci Bellocchio dietro. Lasciato a ruota libera, l’interprete vacilla: il viso macilento, lo sguardo pensoso e i
camuffamenti dialettali diventano maniera. Esempio: l’intristito allevatore di cavalli in “La città ideale”. Va meglio, come demotivato prof liceale, in “Il rosso e il blu”.

2. Un film con un rock in inglese a ogni attacco di scena, anche se siamo in Italia e non c’entra nulla con la storia. Solo per rafforzare l’atmosfera in chiave generazionale o di puro sostegno ai dialoghi. Succede in tutti i film di Gabriele Salvatores. Pure in “Acciaio” di Stefano Mordini, visto a Venezia. E pensare che siamo a Piombino, negli altiforni della “Lucchini”.

3. Un film con una canzone di Patty Pravo, ma anche di Mina, Ricchi e Poveri, Eros Ramazzotti, Peppino di Capri, Nino D’Angelo, Raffaella Carrà, Battiato, Nada, Wilma Goich, Loretta Goggi, Alan Sorrenti, che qualcuno a un certo punto inserisce nel lettore cd in cucina: e tutti si mettono a cantare a squarciagola mentre preparano gli spaghetti. Tutta colpa del “Grande freddo”, che però era un gran film.

4. Fabio De Luigi che continua a buttarsi via. Torni a fare l’attore invece d’esser un macchiettone sempre uguale a se stesso, che grida alla cinepresa il suo stupore e si atteggia a Mr. Bean. C’è da tremare all’idea che rifarà Alberto Sordi nel remake del “Vedovo” accanto a Luciana Littizzetto nel ruolo di Franca Valeri.

5. La presa in giro del cinema d’autore, naturalmente visto come tetro, deprimente e in bianco e nero, secondo Fausto Brizzi: uno che a 44 anni dice ancora «pomiciare», si fa ritrarre nelle interviste accanto a una sagoma gigante di Spider-Man, cita come modello solo l’inglese “Love Actually”. Magari sentendosi egli stesso un autore.

6. Le scene di sesso dove nessuno si spoglia mai e tutti portano le mutande anche sotto le coperte mentre fingono di darci sotto. Perché bisogna vendere i film alle tv che producono e quindi evitare il divieto ai minori di 14 anni. I soli che sapevano girare credibili scene di sesso al cinema erano Luciano Manuzzi e Pasquale Pozzessere. Che fine hanno fatto? Sul tema si attende con curiosità “E la chiamano estate” di Paolo Franchi, già preso da Marco Müller per il Festival di Roma. Pare alquanto “spinto”.

7. I tatuaggi di Laura Chiatti e Asia Argento, lo sguardo smarrito di Carolina Crescentini, la sofferenza scorticata di Valeria Solarino, l’aria scocciata da eterno engagé di Libero De Rienzo, la grinta da operaio fasullo di Michele Riondino, le faccette di Paola Cortellesi (quando va sul drammatico è più brava), i capelli castani di Claudia Gerini perché fa più solitudine post-moderna, quelli marrone di Gianni Morandi che fa il “cattivo” in “Padroni di casa”, il birignao un po’ risentito di Sergio Castellitto da solo o in coppia con la moglie Margaret Mazzantini.

8. Gli amici distrutti dalla morte di un amico che tornano a sorridere, tutti insieme, guardando il mare all’alba,  sedendosi su muretto assolato, giocando a ping-pong, intonando Battiato o De Gregori. E ancora. Una canzone toccante, ambientazione notturna, con ogni personaggio che riflette sulla propria esistenza facendo qualcosa nello stesso momento: piange, ride, scrive, legge…

9. Quei registi che parlano solo di cinema, non conoscono pittura e letteratura, si muovono secondo i modelli delle pubblicità che loro stessi hanno girato. Forse ha ragione Marco “stracult” Giusti: «Pensano che un montaggio moderno, con il jump-cut continuo, cioè il taglio in asse durante una stessa sequenza, sistemi i problemi di linguaggio. O che un direttore di fotografia alla moda, soprattutto in una commedia, possa risolvere i difetti di ritmo».

10. I film in costume o di ambientazione non contemporanea nei quali appaiono all’improvviso attrici dal viso ritoccato, con facce gonfie, devastate dal botox e dai lifting, con nasi rifatti. Fa scuola “Il cuore grande delle ragazze” di Avati. Purtroppo succede anche all’estero. Abbandonano i seni artefatti e i pubi depilati ad arte in “Le linee di Wellington”, portoghese, in concorso a Venezia: la storia si svolge nel 1810.

11. Francesco Mandelli e Fabrizio Biggio, la coppia rivelazione dei “Soliti idioti”, sugli schermi a Natale con “I 2 soliti idioti”, presi sul serio. «Inserendosi in una linea che da Rabelais e Jonathan Swift porta fino all’immenso Fantozzi, questi due giovani teppisti sembrano dirci che se il cinismo è davvero rigoroso, e si sveste anche dell’ umanitarismo
sensazionalista delle Iene o di “Striscia la notizia”, diventa l’unica forma possibile di critica sociale». L’ha scritto Mauro Covacich sul “Corriere della Sera”.

12. Romina Mondello che appare in una sequenza alla Gigi Marzullo in “To the Wonder” di Terrence Malick e si sente baciata dalla Poesia. Perché per le strade di Bartlesville, Oklahoma, sospira in italiano scemenze del tipo: «La vita è un sogno e un sogno non puoi sbagliarlo». Oppure: «Io sono l’esperimento di me stessa, voglio qualcuno che mi sorprenda».

Michele Anselmi

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