Addio a Sylvia Kristel, corpo del desiderio

Gira un video su YouTube: un making of, diciamo un dietro le quinte, di “Le ragazze dello swing”, sfortunata fiction di Maurizio Zaccaro sul Trio Lescano. Probabilmente l’ultima apparizione di Sylvia Kristel. L’attrice di Utrecht, per tutti Emmanuelle, nel 2009 accettò di venire in Italia a interpretare la madre, olandese come lei, delle tre mitiche sorelle canterine che negli anni Trenta fecero impazzire gli italiani con i loro gorgheggi. In quel video, girato in inglese, con lei in abiti di scena, Kristel parla di sé, dell’Italia, della vita di attrice, anche di “Emmanuelle”, il film di Just Jaeckin che nel 1974 fece la sua fortuna planetaria, legandola indissolubilmente a quell’immagine di femmina elegante e flessuosa, attratta dal sesso esotico, la campionessa dell’erotismo patinato, quasi un’antesignana del “famolo strano”.

Un tumore, aggravato da un ictus, ha ucciso lentamente Sylvia Kristel ad Amsterdam. Aveva solo 60 anni, e certo non si può dire che il destino sia stato generoso con lei, già colpita da un cancro alla gola nel 2004. Nell’autobiografia “Nue”, in Italia pubblicata col titolo “Svestendo Emmanuelle”, l’attrice ricorda con toni anche spiritosi che il figlio Arthur, avuto dallo scrittore belga Hugo Claus, si addormentò vedendo tanti anni dopo il celebre film erotico tutt’ora oggetto di un discreto culto. «L’ha trovato noioso» confessò candidamente l’attrice. E pensare che nel 1974, quando uscì, in Francia totalizzò più spettatori di “La stangata”, trasformandosi in un fenomeno cinematografico destinato ad essere spremuto fino in fondo. Altre tre “Emmanuelle”, nel 1975, nel 1977 e nel 1983, cucinò Sylvia Kristel, e naturalmente per soldi accettò nel 2001 di partecipare al settimo episodio, da noi noto come “Emmanuelle forever”.

Capelli corti, sguardo da cerbiatta, corpo elegante, non particolarmente formoso ma con le rotondità al punto giusto, Kristel ha incarnato un’idea “moderna” e intrigante della sessualità femminile, fors’anche per merito del libro firmato da Emmanuelle Arsan (in realtà scritto da un uomo) che fece da spunto al film di Jaeckin, lo stesso di “Histoire d’O” con la giovane Corinne Cléry. Dimenticare, insomma, Laura Antonelli di “Malizia”, anche se proprio Salvatore Samperi, d’accordo con lo sceneggiatore-attore-cantante-scrittore Gianfranco Manfredi l’avrebbe chiamata in Italia per interpretare, nel 1979, la bella paleontologa in “Amore in prima classe”, nel senso del treno. L’anno prima, sempre in Italia, aveva girato “Letti selvaggi” di Luigi Zampa, per restare sul tema.

Nata a Utrecht il 28 settembre 1952 e allevata secondo i dettami di una rigida educazione cattolica, la giovane Sylvia si emancipa presto dalla famiglia diventando prima indossatrice e poi attrice. Nel 1973, appena ventunenne, è già sul set per “L’amica di mio marito”, un anno dopo, notata in “Nuda dietro la siepe”, viene ingaggiata da Jaeckin per interpretare il ruolo di Emmanuelle, bella e inquieta moglie di un diplomatico francese più anziano di lei, volata in Thailandia alla scoperta di nuove emozioni erotiche. In Italia, distribuito dalla Cineriz, il film uscì rimontato e tagliato di un quarto d’ora, insomma censurato.

Non si sarebbe mai più liberata del personaggio, pur declinando le esuberanze sessuali di Emmanuelle in film diversi, anche non malvagi, da “Una femmina infedele” di Roger Vadim a “Il margine” di Walerian Borowczyk, per tornare al prediletto Jaeckin con una versione alquanto ridicola di “L’amante di Lady Chatterley”.

Però come attrice non era male. Mai si ritoccò con la chirurgia plastica e sapeva recitare in inglese, francese, tedesco, italiano, oltre che in olandese; infatti, ormai conosciuta anche oltreoceano, fu chiamata negli Stati Uniti per girare nel 1980 il controverso “Lezioni maliziose”, addirittura accusato di pedofilia, narrando la storia di una badante francese, naturalmente lei, ingaggiata da un ricco imprenditore perché educhi sessualmente il figlio sedicenne. Seguì scandalo e gran successo, ma con una delusione per i fan di Sylvia: non era lei, bensì la controfigura Judy Shelton, ad amoreggiare con il ragazzo nelle scene di nudo.

Diceva del personaggio di Emmanuelle: «In confronto alle cose che si vedono oggi, è una specie di Alice nel paese delle Meraviglie». Magari è vero, Emmanuelle era l’eroina di una sessualità ingorda e curiosa, vissuta come un’esperienza formativa. Meno formativa, tra alcol e droghe, fu invece l’esistenza privata di Sylvia Kristel, alla quale le cronache gossip attribuirono molti amori, da Gérard Depardieu e Warren Beatty.

Michele Anselmi

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