Voto Usa. Può la TV decidere le sorti del mondo?

Pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” di oggi

La domanda che pongo a uno dei consiglieri di Obama che conosco dai tempi in cui insegnavo al City College di Washington D.C. è la seguente: davvero la televisione può decidere le sorti di questa contesa elettorale? La risposta è perentoria: sembra incredibile, ma pare proprio di sì. La seconda domanda verte sul clima che si respira in queste ore alla Casa Bianca, anche se da qui al 6 novembre, giorno delle elezioni, Obama alla Casa Bianca ci starà piuttosto poco. La battaglia elettorale non dà tregua e bisogna conquistare gli stati della bandiera stelle a strisce uno a uno. Il Presidente si è aggiudicato il secondo round, ma la corsa è tutt’altro che in discesa. Gli stessi sondaggisti appaiono divisi, alcuni danno in vantaggio il Presidente, altri ancora puntano su Romney.

Se per caso vi interessa il mio “sondaggio” personale, io dò vincente Obama. E alla grande. Nell’ultimo anno, per ragioni di lavoro sono stato in America varie volte e ne sono appena tornato. Ogni volta mi sono confrontato con chi conosco nell’entourage del Presidente e di recente ho raccolto l’opinione di parecchie persone tra i suoi sostenitori e tra i suoi detrattori, sia nei campus americani, dove Obama conta di raccogliere i voti giovanili sia nell’establishment, che gli è piuttosto avverso. Il dato dei match televisivi è impressionante. In media, circa 70 milioni di spettatori sono stati attaccati al televisore. Poiché in America le votazioni si basano su un complicato sistema elettorale, per cui il numero dei votanti è assai più esiguo che in Europa, si presume che gli spettatori dei match televisivi siano in maggioranza gli effettivi cittadini che andranno a votare. Di qui, i salti nei sondaggi.

All’indomani del primo match, Obama, causa la sua performance negativa, veniva dato 45% rispetto al 49% di Romney. All’indomani del secondo match, i sondaggi si sono ribaltati, tant’è che la Cnn ha assegnato a Obama la vittoria con il 46% contro il 39% di Romney. Ecco perché si fa spasmodica l’attesa del terzo incontro, lunedì 22 ottobre, che verrà trasmesso in mondovisione. Possibile che una apparizione in tv possa decidere le sorti di un popolo? Come mai, chiedo al consigliere di Obama, questo scarto tra il primo e il secondo ring? Intanto Obama è partito svantaggiato, perché è arrivato a Denver poche ore per prima del match, soffrendo del cambio di altitudine, che è notevole. Romney era invece arrivato giorni prima e aveva avuto il tempo di adattarsi. Ma la risposta più convincente ha a che fare con la psicologia del Presidente. Obama non ha un’indole aggressiva. E’ un eccellente oratore, ma è soprattutto un carattere mite, più vicino ai gentleman inglesi che al genere yankee. Molti lo dipingono freddo e distaccato. Bob Woodward, il mitico reporter del Watergate, ha da poco pubblicato un volumone, “The Price of Politics”, nel quale fa a pezzi il Presidente. Parte dalla critica al suo carattere, secondo lui elitario e distante, per poi attaccare la sua strategia e la “combricola” dei consiglieri, visti quasi come una gang cinica e supponente. Di Obama si dicono molte cose, che hanno a vedere con una personalità parecchio diversa dai suoi predecessori. Si dice che spesso il Presidente interrompa i meeting per dare la buonanotte alle figlie. Parlando con un professore di Princeton che ha avuto tra le sue allieve Michelle e le è rimasto a lungo amico, il tema dell’attaccamento alla famiglia ricorre di frequente. Del resto è una caratteristica della cultura afroamericana e non si capisce perché i critici alla Woodward la ritengano una debolezza anziché una qualità.

E’ chiaro che la battaglia in corso non si gioca sull’indole dei contendenti, anche se ritengo un notevole handicap per Romney essere mormone, una religione che a molti americani suona come una setta poco rassicurante, un po’ alla Scientology. La battaglia si gioca dunque su altri piani. L’economia innanzitutto. Qui i dati recenti sulla disoccupazione, scesa in poche settimane dal 8,1% al 7,8%, con un incremento di 114.000 nuovi posti di lavoro, segnano un importante punto in favore della rielezione. Romney ha minimizzato il dato, ma gli elettori no. Alla crescita dei posti di lavoro sono infatti attentissimi quei 40 milioni di cittadini americani che occupano la soglia della povertà, in prevalenza neri e ispanici, che accorreranno a votare il loro candidato come già nelle elezioni del 2008.

Certo rispetto a quattro anni fa, Obama ha perso smalto. Molti dei suoi sostenitori, che incontro soprattutto nei campus universitari, gli rimproverano di essere stato poco combattivo e avere privilegiato più Wall Street e il rifinanziamento delle banche che non i bisognosi. Dimenticano che se così non avesse fatto, dopo la crisi dei sub prime, che ha sconquassato il mondo, sarebbe crollata l’intera economia americana. Chiedo al mio amico consigliere che cosa pensa dell’Italia. La replica è netta: Monti forever. E di Renzi che si dice? Renzi who? Evidentemente non è bastato a Matteo Renzi essersi accreditato alla convention di Obama. Il nostro giovane rampante non è stato notato. Sarà per questo che Bill Clinton alla fine del suo tour italiano lo ha snobbato?

Roberto Faenza

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