Don’t judge a book by his cover. Rocky Horror Picture Show 2012

Le ricorrenze, i rilanci promozionali e molti altri fenomeni commerciali cinematografici sono interessanti perché ci riportano alla memoria ricordi piacevoli di film che magari non vediamo da tempo, immagini di cose e persone che quelle pellicole ci suggeriscono subito. Per questo Halloween è prevista una nuova uscita di uno dei film più trasgressivi e dissacratori della storia: The Rocky Horror Picture Show, enorme cine-poema post-moderno mascherato da musical. È vero che una composizione policentrica come questa è difficilmente imbrigliabile in aridi schematismi, ma siamo convinti che spesso possano essere utili per fare chiarezza. Questa è quindi un’ottima occasione per ripensare la pellicola di Sharman, a svariati anni di distanza dalla sua prima uscita.

Chiediamoci che senso abbia la ripubblicazione di un film che è stato pensato, girato e realizzato in un contesto socio-culturale completamente diverso da quello attuale. In effetti, rilanciare un’opera lasciandone inalterati i caratteri fondanti in una cornice di riferimento profondamente mutata potrebbe essere un rischio, ma probabilmente anche no. Anzitutto da un punto di vista sociologico, in quanto il generale interesse che sembra dominare il pubblico giovanile per le tematiche dell’orrido, del mostruoso e del grottesco non potrà che facilitare la ricezione della pellicola anche presso chi non ha mai avuto moto di visionarla. Secondariamente, The Rocky Horror Picture Show è diventato, già nella sua epoca, un fenomeno di culto mediale, generando episodi di ritualismo e di inedita – per l’allora mondo dell’arte visiva – partecipazione del pubblico.

Al di là delle suddette motivazioni, comunque piuttosto legittime, crediamo che la vera cifra del film sia da ricercare dentro le sue stesse pieghe. Si tratta, in effetti, di un prodotto eccellente sia per la qualità della scrittura drammaturgica che per quella della realizzazione, fino a considerare – sicuramente non ultimo in un musical – l’elemento canoro/musicale. Jim Sharman e i suoi collaboratori hanno scelto gli attori perfetti per realizzare personaggi carismatici, veri e propri oggetti di venerazione per il pubblico. A ciò si somma la straordinaria capacità evocativa del narrato per immagini, che è stato concepito per mixare sapientemente elementi provenienti dai più diversi registri per creare un prodotto di sintesi che, ovviamente, risulta essere di un livello ulteriore rispetto agli elementi combinati.

Un altro dei grandi meriti di questo lavoro è quello di essere stato in linea coi tempi: nel 1975 il rivolgimento socio-culturale ormai storico era nel pieno del suo sviluppo e, attraverso quelle immagini, ha preso ulteriore concretezza. Gli esempi si sprecano ma riteniamo sia il caso di portarne almeno qualcuno: l’ambiguità sessuale del dottor Frank-N-Furter non può non suggerire anche al lettore più disattento un’attenzione che andava sviluppandosi per la sessualità, e per la normalizzazione (si perdoni il termine infelice) delle preferenze fino a quel momento considerate deviate. Janet è il simbolo della donna che diventa consapevole di sé, slegandosi parzialmente dalla figura del maschio dominante (il fidanzato Brad, che tanto dominante alla fine non è). Tutto ciò si innesta, a differenza di quanto accade con altri film del genere (come per esempio Hair) in un panorama assolutamente intellettualistico e denso di citazioni letterarie, stemperate però nei colori pseudo-allucinanti e nelle musiche assolutamente improbabili di un musical del tutto scanzonato che non può non catturare lo spettatore.

Per tutti i motivi suddetti, il rilancio del Rocky Horror Picture Show, per quanto sia evidentemente una trovata commerciale, rimane un’ottima notizia, anche considerando che potrebbe – per una volta – fungere da veicolo di un utile confronto generazionale fra due gruppi di individui da sempre troppo in conflitto: i genitori e i figli.

Giuseppe Previtali

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