Skyfall, uno 007 alla Nolan. L’opinione del bondologo Sarno

L’angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su “Lettera 43

La definizione, irrispettosamente birichina, viene da Antonello Sarno, giornalista tv, documentarista del mondo legato a “La dolce vita” e dintorni, soprattutto bondologo e bondiano, autore nel 1996 di un bel volumetto su 007. «Il cattivo di “Skyfall” incarnato da un Javier Bardem gay con parrucca bionda in stile “Caduta degli dei”? Mi sembra un mix di Nino D’Angelo, Renato Guttuso e Guillermo Mariotto. Nei film di Bond i “vilain” spesso fanno ridere, ma uno così d’operetta non l’avevo mai visto». Esce il 31 ottobre in Italia il 23° episodio ufficiale della serie, appunto “Skyfall”, diretto nientedimeno che da Sam Mendes, il regista di “American Beauty” e di “Era mio padre”. Venerdì 26 anteprima romana di gala per vip alla presenza dello stesso 43enne Daniel Craig, agente segreto al servizio di Sua Maestà per la terza volta, dopo “Casino Royale” del 2006 e “Quantum of Solace” del 2008. Lo aspettano altri due episodi.

d. Dica la verità, Sarno, si aspettava di meglio da un premio Oscar?
r. «È buffo: ho la sensazione che Mendes all’inizio sia stato attratto dalla sfida di girare un film di 007 con tutti quei soldi. Ma poi, una volta resosi conto che la storia faceva acqua e non andava da nessuna parte, sul set ha smesso di essere l’autore che è per accettare tutti i compromessi del caso. Francamente, di suo c’è rimasto poco».

d. Esempio?
r. «Il complesso edipico del cattivo Silva, quel Bardem forse reso più ridicolo dal doppiaggio di Roberto Pedicini, “M” come mamma cercata e odiata, il nemico che viene dall’ombra, da noi stessi, nel mondo dove non esistono più la Spectre o minacce simili. Sì, mi aspettavo di più. “Skyfall” dura 144 minuti, quanto “Casino Royale”, il primo con Craig. Ma lì, pur nel restyling radicale, si andava ancora sul classico: Bond indossava lo smoking, giocava a poker, amava le donne, beveva Martini e non birra Heineken. Qui tutto è cannibalizzato dagli sponsor».

d. Beh, succedeva anche con i quattro film by Pierce Brosnan.
r. «Vero, infatti Brosnan rivestito da Brioni pareva un commercialista dei Parioli. Anche lì s’era esagerato. In compenso, Craig sembra ancora una spia russa, il fratello di Putin, ai tempi d’oro di Bond sarebbe stato un antagonista perfetto, in stile Robert Shaw di “Dalla Russia con amore”».

d. Però funziona, almeno fisicamente. No?
r. «Ma sì. Solo che ne hanno fitto un misto di Bourne, Uomo Ragno, Rambo e Batman, una roba per teen-ager. A un certo punto Craig riapre la ferita ed estrae da solo i frammenti di uranio impoverito, guida come un matto una moto sui tetti di Istanbul, manovra una scavatrice su un treno e divelle un vagone. Va benissimo come eroe d’azione, ma allora era meglio George Clooney in “Peacemaker”. L’identità di Bond non c’è. Infatti i cinquantenni applaudono solo quando riappare la storica Aston Martin DB5 o si rivede miss Moneypenny, che adesso però è nera. Diamo la caccia a ciò che resta di 007, apprezziamo le strizzatine d’occhio, nei dialoghi, a “Solo per i tuoi occhi” e “Bersaglio mobile”».

d. Troppo poco, insomma.
r. «Silva somiglia al Joker di Batman, 007 è una sorta di Cavaliere Oscuro. “Skyfall” è un Bond alla Christopher Nolan: nolanizzato. Bardem è bravo, con la parrucca da paggio era perfetto in “Non è un Paese per vecchi”. Ma qui è lasciato a ruota libera. La dicotomia tra la ricerca della mamma e la voglia di ucciderla come molla per fare esplodere mezza Londra non importa a nessuno. Non si capisce come scappa da quell’esagono di cristallo guardato a vista, a tratti ricorda Hannibal the Cannibal, a tratti il colonnello turco omosex di “Lawrence d’Arabia”. Però tutto è dato per scontato: come se a un certo punto si fossero dimenticati di scrivere il film per buttarla solo sull’azione frenetica».

d. Bisogna far cassa. “Casino Royale” ha incassato 594 milioni di dollari nel mondo, “Quantum of Solace” 575, questo terzo se possibile deve andare meglio, essendo costato 200 milioni o giù di lì.
r. «Infatti deve arrivare a 600. Anche se ho letto che dal product placement, ovvero dagli infiniti marchi citati, hanno tirato su un quarto del budget».

Michele Anselmi

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