Red Lights. Basta saper guardare

Quando nel 2010 uscì Buried, opera seconda dello spagnolo Rodrigo Cortés, la critica lo accolse in maniera entusiasta, lodando la capacità di ambientare 95 minuti all’interno…  di una cassa morto. All’epoca si ritenne l’idea sensazionale, e con grande enfasi, la campagna stampa di lancio promise un thriller avvincente avvalorato da un finale sensazionale. In realtà, oltre ad un’ottima tecnica di ripresa e ad un’efficace prova d’attore di Ryan Rynolds, il promesso colpo di scena si rivelò quanto mai deludente, e, eccezion fatta per il mercato spagnolo, il film, nonostante le lodi ricevute dalla stampa, raccolse incassi ben magri al botteghino. Questo Red Lights – nelle sale italiane a partire dall’8 novembre – è invece accompagnato da critiche impietose, che lo etichettano come un mediocre prodotto televisivo dal finale risibile e mal costruito; ma se non del tutto meritati erano gli applausi per Buried, esagerati sono anche i pollici versi per quest’ultimo lavoro del regista iberico.

Stavolta la storia segue le indagini di due accademici, Sigourney Weaver e Cillian Murphy, che, animati da motivazioni personali molto differenti, dedicano le loro carriere a smascherare gli inganni di sedicenti detentori di poteri paranormali; eppure il ritorno alla ribalta di Simon Silver, celebre sensitivo non vedente, costringerà i due ricercatori a mettere in dubbio certezze acquisite e razionalità scientifica.

L’idea su cui la sceneggiatura si costruisce molto deve al bellissimo Contact di Robert Zemeckis, ed è sorretta dalle complesse caratterizzazioni dei protagonisti: un sensitivo non vedente che supplisce al suo handicap con poteri paranormali, una rigorosa atea che vorrebbe trovare delle prove per poter credere in un’esistenza “altra” e un giovane scienziato che si troverà a dover disconoscere ogni evidenza empirica. Da queste interessanti premesse si sviluppa una storia ambiziosa, in cui sequenze apparentemente banali (la scena dell’inseguimento in macchina, il discorso nella caffetteria tra Cillian Murphy ed Elisabeth Olsen) sono in realtà intelligenti connotazioni di senso, coerenti nel voler avvalorare la tesi che si cerca di dimostrare: per poter conoscere la verità non serve vedere, ma è necessario, piuttosto, capire in quale direzione rivolgere lo sguardo.

La pellicola si struttura in un crescendo di tensione che esplode in un finale “ad effetto”, che ha il demerito di lasciare diversi interrogativi in sospeso, ma è certamente nobilitata dalla prova recitativa di tre interpreti dalle indubbie capacità: se Robert De Niro è l’attore ideale per aggiungere il necessario carisma al personaggio attorno al quale – apparentemente  – la storia ruota, Cillian Murphy ben sostiene un ruolo denso di sfumature e Sigourney Weaver usa con efficacia il suo talento per restituire tutto il dolore e la segreta stanchezza che consumano la dottoressa Matheson.

Marco Moraschinelli

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