Cinema e canzoni. Quando la musica suggerisce il titolo

L’angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su “lettera 43

Prendi una canzone famosa e ci fai il titolo del film: anche a prescindere o per contrasto. Spesso funziona, talvolta no, intanto ci si prova. Fresca è la polemica, alquanto incongrua, animata dalla vedova di Bruno Martino: senza aver visto il film “E la chiamano estate”, appena premiato due volte al Festival di Roma tra fischi, schiamazzi e qualche applauso, la scandalizzata signora Fiorelisa Calcagno ha depositato al Tribunale di Roma un ricorso cautelare per bloccarne l’uscita. Altra pubblicità al film di Paolo Franchi, che non è affatto pornografico, semmai in buona misura ridicolo, nonostante qualche scena di sesso non simulato e il famoso incipit con Isabella Ferrari nuda e sdraiata, in posizione modello “L’origine del mondo” di Courbet. Bisogna dirlo: la canzone di Bruno Martino, che scorre languidamente sui titoli di testa mentre la cinepresa indugia sul bagnasciuga del mare notturno, non è per nulla maltrattata dal tenore “scabroso” (?) della vicenda, riguardante un anestesista che ha talmente idealizzato l’amore per la moglie al punto da riuscire a far sesso solo con prostitute e “scambiste”.

Ma, in materia di titoli, film e canzoni, le proteste sono all’ordine del giorno. Per dire: Antonello Venditti, dopo i due “Notte prima degli esami” e “Questa notte è ancora nostra” si arrabbiò non poco. «Ci si appropria dell’opera altrui senza chiedere il permesso. Magari i ragazzi pensano che io abbia scritto un pezzo che si ispira al film», protestò il cantautore con la produttrice Federica Lucisano. «Avevo dato il permesso di utilizzare la canzone quando ha prodotto il primo dei due film, finanziato dallo Stato. Da un aiutino, si è portato via il braccio: ne ha fatto un secondo, e poi questo. Ha incassato milioni. Questa è maleducazione, arroganza: è insopportabile» rincarò la dose.

Non succede solo in Italia. I Red Hot Chili Peppers fecero causa ai produttori della serie tv “Californication”, avendo essi usato il titolo di una canzone del gruppo; e anche David Bowie ha avuto una causa analoga. Ma certo la tendenza sembra essere diventata tutta italiana. Al punto che nel 1997, per la commedia musicale francese “On connaît la chanson” di Alain Resnais, il distributore nostrano adottò il titolo “Parole, parole, parole…”, dalla canzone di Mina e Alberto Lupo che echeggiava in una scena.

Sorge spontanea una domanda: il trucco funziona? Dipende dal film. “Albakiara” di Stefano Salvati, dichiaratamente ispirato a Vasco Rossi, incassò poco più di 811 mila euro. Nulla. “Amore che vieni, amore che vai” di Daniele Costantini, dalla canzone di Fabrizio De André (all’inizio doveva intitolarsi “Bocca di rosa”, ma l’allusione parve pesante), si fermò addirittura a 90 mila euro. Meglio andò invece a Riccardo Donna col suo “Questo piccolo grande amore”, diventato tra qualche tensione un’operazione multimediale che vide Claudio Baglioni protagonista della scena, con annessi cd e tour: il film arrivò a 3 milioni e 900 mila euro di incasso.

Non che l’espediente sia nuovo. Film e canzoni – pensate all’Elvis Presley di “Jailhouse Rock” o “Love Me Tender” – hanno sempre marciato d’amore e d’accordo, sorreggendosi a vicenda. Specie quando erano i cantanti stessi a improvvisarsi attori negli inguardabili “musicarelli” anni Sessanta: fossero il Morandi di “Non son degno di te”, la Caselli di “Nessuno mi può giudicare” o l’Al Bano di “Nel sole”. Del resto, nel 1998 non fece qualcosa del genere Max Pezzali degli 883 col dimenticabile “Jolly Blu” o Antonio Bonifacio con “Laura non c’è” da Nek?

Solo che oggi il fenomeno sta assumendo nuovi contorni. Per via dei produttori stessi, sempre alla ricerca di titoli capaci di pescare nella memoria “collettiva”. Non sarà stato il caso di “Marrakech Express”, by Crosby, Stills & Nash, che Gabriele Salvatores elesse a inno generazionale per uno dei suoi primi film, ma di sicuro ha funzionato per “Notte prima degli esami” di Fausto Brizzi, che totalizzò a sorpresa 12 milioni e 450 mila euro (il miracolo si ripeté col seguito “Notte degli esami – Oggi”).

Magari è pure colpa di Nanni Moretti, del suo vezzo di piazzare una canzoncina nei film per cantarci sopra, sin dai tempi di “Bianca”, quando il futuro regista del “Caimano” rilanciò “Insieme a te non ci sto più” di Caterina Caselli, facendo subito il bis con “E ti vengo a cercare” di Franco Battiato per “Palombella rossa”. Un verso di “Insieme a te non ci sto più”, cioè “Arrivederci amore, ciao”, ha dato il titolo a un fosco noir di Michele Soavi; mentre “Ma il cielo è sempre più blu” di Rino Gaetano, senza il “ma”, fu adoperato da Antonello Grimaldi per un suo curioso film a storie intrecciate. Però l’amabile refrain alla fine si sentiva; a volte, invece, l’effetto-richiamo è affidato solo al titolo, orfano della canzone stessa: vedi “Mio fratello è figlio unico” di Daniele Luchetti o “Ricordati di me” di Gabriele Muccino.

Vale anche per “Ma che colpa abbiamo noi” di Carlo Verdone. Il quale, raggiunto da “Lettera43”, pur distinguendo, riconosce trattarsi in genere di «un segno di pigrizia, nella speranza di acchiappare i giovani, i soli che oggi riempiono le sale». Viva la sincerità. Aggiunge il comico romano da pochi giorni 62enne: «Nel mio caso, parlando il film di psicoanalisi di gruppo, faticavo a trovare il titolo, poi cominciai a girovagare intorno al senso di colpa e di frustrazione e mi venne l’idea di “Ma che colpa abbiamo noi” dei Rokes».

Il film non fu un successo pieno: meno di 7 milioni di euro, ma è anche vero che Verdone veniva da due anni di fermo il deludente “C’era un cinese in coma”. «In ogni caso, non è che abbiamo sfogliato l’enciclopedia del rock per cercare un titolo adatto. Forse ci chiesero troppi soldi per utilizzare la canzone, ma il titolo lo diedero», ricorda l’attore-regista. Incerto se raccontare un episodio che riguarda proprio quel film. Poi cede: «Ero all’aeroporto di Milano e incontrai Shel Shapiro (l’ex leader dei Rokes, ndr). Lui mi fa: “Che dici? Facciamo un po’ di casino finto su ‘sta roba del titolo? Potrebbe tornare utile?”. Utile a lui, immagino. Lasciai subito perdere facendogli i complimenti per la canzone».
Morale: «Un titolo di film preso da una canzone funziona nel senso che entra nella testa delle persone, molti se lo ricordano, Ma il film dev’essere buono, sennò si toppa comunque». La controprova? “Figli delle stelle” di Lucio Pellegrini, tratto dal celeberrimo hit di Alan Sorrenti. Cast di rilievo, enorme pubblicità, uscita a tappeto: in tutto 1 milione e 480 mila euro.

Michele Anselmi

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