Cultura Italiana Anno Zero. Prima parte

Nel suo recente discorso all’Eliseo per gli Stati Generali della cultura, il Presidente Napolitano ha citato l’articolo 9 della Costituzione, laddove al primo comma recita che la Repubblica “promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica”. E al secondo comma sottolinea che lo stato: “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Parlando dei troppi tagli alle nostre risorse culturali, il Presidente ha poi affermato che bisogna fare attenzione a non indossare l’abito ragionieristico, perché “fare i ragionieri e ragionare sono due cose diverse”.

Ascoltate queste parole, un ricercatore cinese presente all’Eliseo seduto accanto a me ha bisbigliato che se davvero la Repubblica tutelasse il patrimonio artistico del paese non avremmo assistito ai crolli di Pompei. E ha aggiunto che se la Cina amministrasse un patrimonio storico come il nostro, lo collocherebbe ai primi posti dell’economia. Il mondo ci invidia tanta ricchezza e vastità. Solo noi sembriamo non accorgercene.

Vediamo alcuni dati. Il rapporto di Federculture presentato pochi mesi fa ci ha spiegato come lo scorso anno la spesa in “prodotti” culturali da parte delle nostre famiglie abbia toccato 71 miliardi di euro, con una crescita del 2,6% rispetto all’anno precedente. E’ però diminuita del 2,7% la spesa per andare a teatro e del 3,8% la spesa per i concerti di musica classica. Il cinema, si sa, versa in condizioni di profondo rosso, specie per quanto concerne le pellicole italiane. Nel corso del 2011 sono invece aumentati i visitatori dei musei: più 7,5%, con una spesa complessiva di 40 milioni di euro.
A fronte di questa crescita complessiva, si registra un forte deficit di investimenti, tanto pubblici che privati, sia nel corso del 2011 quanto nei primi mesi del 2012. In tal senso è desolante apprendere che tra il 2008 (quando è scoppiata la bolla immobiliare americana e il mondo ha cominciato a franare) e il 2011, la spesa culturale delle amministrazioni locali è diminuita in media del 35%! Il nostro stato investe in ricerca e sviluppo solo l’1,26% del Pil. Una miseria, se messo a confronto con gli investimenti della Francia (2,2%) e la Germania 2,8 % (la Repubblica 25 nov 2012).

Prendiamo ad esempio la spesa per l’istruzione. Nella classifica internazionale delle migliori università al mondo, nessuno dei nostri istituti è tra i primi 100: l’Università di Bologna compare, prima tra le italiane, in 194ma posizione. La Sapienza solo al 210° posto. Siamo il fanalino di coda in Europa per spesa nell’istruzione pubblica, dove investiamo solo il 4,8% del Pil, contro l’8% della Danimarca, il 6,9 dell’Inghilterra e il 6,2% della Francia.

Analizzando i dati resi disponibili da Google Trend, il Sole 24 Ore ha messo in evidenza un dato ancora più inquietante. Risulta infatti che tra i primi cinque paesi europei, l’Italia ha il più basso grado di “attrattività culturale”, pur avendo il più importante patrimonio al mondo. Il nostro Ministero dei Beni culturali è in caduta libera: negli ultimi dieci anni i suoi finanziamenti sono diminuiti del 36,4%! E purtroppo il ministro Ornaghi di recente ha dichiarato che le risorse del suo ministero, cito testualmente “dopo una lieve crescita quest’anno, torneranno a diminuire leggermente nel prossimo anno”. Non va meglio sul fronte degli investimenti privati, che tra il 2008 e il 2011 hanno lasciato sul campo il 25,8%. Lo stesso ministro per lo sviluppo economico Corrado Passera ha detto, cito testualmente, “riconosco che è una vergogna l’attuale situazione delle risorse alla cultura”. Gli ha fatto eco il ministro per la coesione territoriale Fabrizio Barca, lamentando che le amministrazioni locali hanno gestito male, anzi malissimo, le risorse messe a disposizione per le cultura dalla Unione Europea.

Credo che siamo tutti convinti che è proprio dalla scuola e dall’università che può partire lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica, di cui ha parlato il Presidente della Repubblica. Ha ragione il direttore del nostro Dipartimento, Mario Morcellini, quando ricorda che non è un caso se i tre match televisivi per la sfida delle recenti elezioni presidenziali americane si siano tenute in altrettante sedi universitarie. I candidati hanno scelto l’università proprio per evidenziare l’importanza del sapere per la crescita di una nazione.

“Io non esisto più, sono diventata invisibile”, dichiara una insegnante di liceo a Marco Lodoli che ne riporta il pensiero in uno straziante articolo. “Entro in classe, comincio a spiegare e subito mi accorgo che nessuno mi ascolta. Nessuno, capisci?” E per lei, la stessa cosa accade a un infinito numero di colleghi, “che finiscono a parlare nel vuoto, come radioline lasciate accese in un angolo e poco a poco si scaricano… Possiamo mettere una pietra sopra la filosofia greca, la letteratura latina, la poesia italiana da Petrarca a Luzi, il pensiero cristiano e quello rinascimentale, sopra l’idealismo tedesco e il simbolismo francese, Chaplin e Bergman, Visconti e Fellini: è tutto precipitato giù per le scale buie della cantina, tutto scaraventato alla rinfusa nel deposito degli oggetti perduti. Per la stragrande maggioranza dei ragazzi di oggi il patrimonio culturale del nostro paese non significa più niente. È un universo in bianco e nero, malinconico, pensante e dunque pesante, polveroso come una parrucca. E non serve che gli adulti lo lucidino per farlo apparire più vivo: se brilla lo fa come una bara”.

Che dire di questo desolante grido di dolore? Vent’anni di diseducazione di massa hanno prodotto l’insipienza di cui parla l’insegnante. Ma l’atto di accusa andrebbe rivolto alle famiglie, che hanno affidato alla televisione l’educazione dei propri figli, promuovendo il tubo catodico a ruolo di babysitter o peggio di educatore. La stessa accusa andrebbe poi girata a quei dirigenti televisivi, pagati ognuno di loro quanto cinquanta insegnanti, i quali, come ebbe a scrivere Indro Montanelli, andrebbero puniti non per quello che hanno fatto, bensì per quello che non hanno fatto e avrebbero potuto fare.

Io dico sempre che viviamo in un paese dove lo stato la mattina investe un sacco di soldi per educare i ragazzi e il pomeriggio e la sera ne investe ancora di più per diseducarli con una certa televisione. Mi riferisco alla televisione pubblica, che da tempo ha abdicato alla propria mission, inseguendo e scimmiottando le reti commerciali.
I dati che ho citato sono di per sé preoccupanti. Almeno però sono dati certi. Ciò che rende ancora più allarmante la statistica è l’assoluta incertezza che riguarda un altro aspetto del deficit culturale del paese. Mi riferisco a quello che io chiamo “il popolo senza terra”, cioè il mondo che si riversa in Internet in ogni momento del giorno e della notte. Un popolo di cui sappiamo poco. Per lo più in aperto dissenso con i media tradizionali.

Questo popolo senza terra è chiaramente inviso alle classi politiche di tutti i paesi. E’ un popolo che si vuole autogestire e contrasta, più o meno consapevolmente, ogni forma di regolamentazione. Vedi il successo dei cosiddetti “pirati” entrati nel Parlamento europeo. Vedi la loro lotta contro il diritto d’autore. La classe politica italiana ha sinora preferito mettere il silenziatore nei confronti di questo universo in ebollizione. A sinistra come a destra, temendo di perdere il consenso dei voti giovanili -Internet è per lo più frequentata dai giovani- si è seguita la politica dello struzzo. Ben diversamente si sono comportati i governanti di altri paesi. Vedi la Francia, che già nel 2010 ha mandato in vigore una legge di regolamentazione a tutela del diritto d’autore, la famigerata Hadopi (acronimo di Haute Autorité pour la diffusion des oeuvres et la protection des droits sur l’Internet). Vedi gli Stati Uniti, che davvero non scherzano quando si tratta di tutelare l’industria dell’intrattenimento, la più forte dopo il Pentagono. E difatti per chiudere il sito di downloading più famoso al mondo, Megaupload, hanno mandato addirittura gli agenti dell’FBI!

Certo, si dirà, gli americani hanno dalla loro la potenza dell’impero, anche se in crisi. Noi però abbiamo in dote la capacità di arrangiarci e nel nostro DNA anche più capacità creativa. Loro però corrono verso il futuro, mentre noi restiamo ancorati al passato. I loro antenati sono i cowboys e il Far West. Noi abbiamo avuto il Rinascimento, ma anche Nerone e Caligola.

Roberto Faenza

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