Cultura Italia Anno Zero. Seconda parte

Leggi la prima parte. Oggi, non tutti se ne rendono conto, stiamo attraversando la più grande rivoluzione industriale e culturale di tutti i tempi. Con l’avvento di Internet, nulla sarà più come prima. Cambieranno i linguaggi, i formati, i tempi e le modalità di fruizione. La scuola, l’editoria, l’arte, il cinema, la letteratura, il teatro, la musica, i diritti d’autore si trasformeranno o si si dissolveranno. Credo che solo un incauto possa presagire come ci informeremo e divertiremo in futuro. Per ora di certo c’è che il nostro paese si distingue per un ritardo sconcertante. E’ noto che ormai l’universo della comunicazione prospera grazie alla banda larga. Con essa viaggia la competitività delle imprese. Guardiamo i dati e ci cadono le braccia. Secondo lo studio “State of the Broadband 2012” realizzato dall’ONU: “l’Italia è al 29° posto per diffusione. E scende alla 35a posizione per quanto concerne la banda larga mobile”, oltre ad avere “una delle politiche tariffarie più care d’Europa”. (Sole 24 ore 16.11.2012 pag. 7)

La rete mette in comunicazione mondi distanti, persone che non si sono mai incontrate. Nella storia dell’umanità non era mai accaduto qualcosa di simile. Forse il nostro cervello non è neppure preparato a destreggiarsi con tanta abbondanza di dati e informazioni. Niklas Luhmann giustamente sostiene che troppa informazione non illumina più. Anzi, oscura. Dovremo abituarci a rimparare un sacco di cose e a resettare le modalità dell’apprendimento. Il che inquieta e spaventa soprattutto il mondo degli adulti.

Ho accennato prima alla televisione. Il baratro in cui versa la tv italiana è lo specchio dello sconquasso che agita l’industria della comunicazione. Negli ultimi dieci anni, le reti televisive hanno perso insieme 2. 300.000 spettatori, passando dal 90,7% di share al 76%. Secondo il recente rapporto Eurispes, la tv costituisce la principale fonte d’informazione solo per il 47,9% dei ragazzi tra i 12 e i 18 anni. Sarei tentato a dire “per fortuna”, visto quanto passa il convento. Spiace verificare che ancora una volta i nostri governanti si sono apprestati a definire la governance della tv pubblica partendo dalle caselle da riempire, anziché dai contenuti. Quello che un servizio pubblico degno del nome dovrebbe fare prima di tutto non è la nomina di questo o quel manager. E’ la riforma di ciò che viene offerto e trasmesso che interessa gli spettatori. Non lamentiamoci poi se il 52% dei giovani afferma di non guardare più la televisione e preferirle Internet, grazie all’opportunità di stringere relazioni e produrre contenuti autogenerati.

Basti riflettere sul seguente esempio. La scorsa settimana, durante il Festival del film di Roma, il nostro Dipartimento ha lanciato un nuovo canale dedicato al cinema, “FestivalTube”. In sette giorni di programmazione abbiamo raggiunto oltre 75.000 contatti e oltre 200.000 pagine su Google. Una nostra conduttrice, nota al popolo del web con il nome di AlicelikeAudrey, può contare, da sola, su un seguito di 11 milioni di fans! E non è neppure la più seguita.
Non stupiamoci dunque se la pubblicità oggi preferisce investire sull’innovazione di Facebook o di Google, anziché sulla spossatezza della tv.

Tuttavia, se la televisione piange, gli altri media non ridono. Il cinema per esempio continua a perdere colpi. Pesa la crisi economica, come pure la ridondanza di un surplus di pellicole tutte uguali che ha finito per stancare il pubblico. Pesa anche la pirateria, per cui non c’è praticamente film che al momento dell’uscita non sia già scaricabile in rete. Ma il peggio è che un crescente degrado culturale sta emarginando le pellicole migliori.

Un film come l’iraniano Una separazione, premiato lo scorso anno con l’Oscar, è stato visto in Italia da meno di 100.000 spettatori. In Francia da più di un milione. Significa che i francesi sono un popolo più colto di noi? Oppure il dato sta a evidenziare che c’è qualcosa qui da noi che non funziona? Alla domanda risponde l’attuale ministro francese della Cultura, Aurélie Filippetti, 39 anni, di origine italiana. Sentiamola: “Non penso affatto che i francesi siano diversi dagli altri. È una politica volontaristica che fa sì che non ci sia città francese senza un cinema, che le piccole librerie resistano e siano il polmone di ogni quartiere. L’eccezione culturale è più che mai di attualità e sono convinta che lo Stato debba intervenire con ogni mezzo per sostenere innanzitutto la creazione e la cultura

Non è solo il cinema che non regge il confronto con la Francia (a parità di popolazione, lì si stacca il doppio di biglietti, si produce il doppio di film, si incassa più del doppio e lo stato investe cinque volte tanto). Vogliamo parlare della fiction televisiva italiana a confronto con gli altri paesi? Da noi le reti generaliste Rai e Mediaset lo scorso anno hanno investito complessivamente circa 500 milioni di euro (in massima parte gestiti da un pugno di veri e propri clientes in barba al pluralismo). In Inghilterra la sola BBC investe il doppio, oltre 1000 milioni, opportunamente spesi senza favoritismi.

E’ vero che lo scorso anno il nostro ministro dell’economia ha dichiarato che con “la cultura non si mangia”. Ma neppure le case si mangiano. E neppure le banconote stampate dalla Banca Centrale Europea.
Dobbiamo renderci conto che il sapere è il bene più prezioso. E’ la conoscenza, non l’economia il vero motore della modernità. Ma il mondo adulto sembra non accorgersene.

Dal rapporto di luglio 2012 della Fondazione Symbola apprendiamo che la cultura frutta al Paese “quasi il 5,4% della ricchezza prodotta, equivalente a quasi 76 miliardi di euro. E dà lavoro a un milione e quattrocentomila persone, ovvero al 5,6% del totale degli occupati del Paese. Superiore, ad esempio, al settore primario, oppure a quello della meccanica”. Non solo, ma si certifica che in tempo di recessione, la cultura è il comparto che regge meglio alla crisi.
Allargando lo sguardo dalle imprese che producono cultura in senso stretto (ovvero industrie creative, patrimonio storico-artistico e architettonico, performing arts e arti visive) all’intera filiera, ossia all’indotto, il valore aggiunto schizza dal 5,6 al 15% del totale dell’economia nazionale e impiega ben 4 milioni e mezzo di persone, equivalenti al 18,1% degli occupati a livello nazionale. Sacrificata spesso sull’altare della riduzione del debito pubblico, la cultura dimostra non solo di poter ‘sfamare’ il paese, ma di ‘far mangiare’ già oggi un quinto degli occupati italiani”. Ecco la risposta a chi sostiene che la cultura non si mangia. Ed ecco perchè in un paese come il nostro, che possiede il 60% del patrimonio artistico e culturale del mondo intero, il ministro dei beni culturali dovrebbe avere, per legge, anche l’incarico di primo ministro. Dovrebbe essere lui a manovrare le leve del potere invece di fare la figura della sempre più povera Cenerentola.

Abbiamo citato la risposta dei nostri governanti, i quali a ogni richiesta di maggiori investimenti rispondono che non ci sono le risorse, specie in tempi di crisi. Vale la pena di citare un esempio che dimostra l’esatto contrario. Lo stato di New York, che è in una crisi finanziaria spaventosa, prossimo alla bancarotta, ripeto prossimo alla bancarotta, ha investito 5 miliardi di dollari, ripeto 5 miliardi di dollari, per pagare il 30% di quanto speso in loco dalle produzioni cinematografiche e televisive. Si dirà: come è possibile, se lo stato è in bancarotta? E’ possibile, perché è dimostrato che per ogni dollaro investito ne tornano come minimo 3. Grazie a quegli investimenti infatti gira più lavoro, si formano nuove leve, crescono i profitti delle imprese e dunque alla fine ci guadagnano le stesse finanze dello stato.

Visto che stiamo parlando della necessità di investire di più nella cultura, sarebbe bello che i nostri governanti andassero a leggere un interessante studio della Banca d’Italia dal titolo Questioni di Economia e Finanza. Dice lo studio che il rendimento dell’ investimento culturale “è pari a circa il 9%, un valore superiore a quello ottenibile da investimenti finanziari alternativi, come ad esempio in titoli”. In questo studio si dimostra, dati alla mano, che investire in cultura può rendere di più che investire nei Bot, nei CCT e persino nei migliori titoli azionari! Se il dato è vero, e in genere alla Banca d’Italia sono seri, mi verrebbe da suggerire ai ministri Profumo e Ornaghi di correre oggi stesso in tesoreria e far partire i primi bonifici.

Roberto Faenza

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