Argo. Quando un film può salvarti la vita

Correva l’anno 1979 quando il movimento iraniano d’opposizione prese il sopravvento cominciando una dura pressione contro il governo americano reo di aver concesso ospitalità allo Scià Mohammad Reza Pahlavi. Il clima si inasprì ancor di più quando gli Stati Uniti d’America negarono l’estradizione dell’ex monarca. Fu così che il 4 novembre un gruppo di circa 500 studenti circondò l’Ambasciata americana a Teheran, forzò la sicurezza e occupò l’edificio prendendo in ostaggio 52 persone tra funzionari e diplomatici. Sei di loro, però, riuscirono a scappare trovando asilo presso la residenza dell’Ambasciatore canadese Ken Taylor. Tony Mendez, agente della CIA esperto in esfiltrazioni, venne così incaricato di organizzare un piano per liberare i sei rifugiati e impedirne così la cattura e la conseguente uccisione. Da qui l’idea di organizzare una vera e propria produzione cinematografica per la realizzazione di un film di fantascienza ambientato, guarda caso, in un contesto esotico, per l’appunto l’Iran. Attraverso lo scetticismo generale, Mendez riesce a farsi strada e acquistare un vero e proprio copione intitolato Argo. Armato di locandine e bozzetti, organizza addirittura una presentazione del film alla stampa, in modo da rendere più credibile la messa in scena e ottenere così il permesso del Ministero della Cultura iraniano di entrare e uscire dal paese. Tutto è pronto per il ciak. Mancano giusto sei componenti dello staff: un regista, una sceneggiatrice, un produttore aggiunto, una scenografa, un operatore e un location manager.

Come spesso accade nel cinema americano, il lungometraggio di per sé non gode di un soggetto particolarmente ricco e dettagliato seppur interessante, ma è la buona regia a fare la differenza rendendo la visione gradevole e coinvolgente e creando la giusta suspense con l’aggiunta, inoltre, di una discreta dose di ironia. Al suo terzo film come regista, Ben Affleck si dedica a una storia vera con la delicatezza che un tema simile richiede, senza eccessi né inutili politicismi, pur conservando un certo spirito nazionalista tipico statunitense, ma che d’altra parte sta anche all’origine della rivoluzione iraniana.

Il risultato è una combinazione quasi perfetta in cui ogni elemento viene soppesato e bilanciato e l’utilizzo di vari generi quali il bellico, la commedia e il dramma non creano confusione ma anzi si fondono l’uno con l’altro. Fusione racchiusa a pieno nella figura del protagonista interpretato da Ben Affleck: è lui il fulcro vitale che dà ritmo a tutto il racconto, in quel suo atteggiamento sempre pacato, mai eccessivo ma allo stesso tempo di polso. Ciò che colpisce è quel velo di malinconia che traspare dai suoi occhi e che in genere aleggia un po’ in tutti i racconti legati a eventi storici così drammatici. A pensarci un po’ più a fondo, non sembra che l’attualità sia poi molto distante dagli eventi che hanno fatto la storia di quel periodo.

Stefania Scianni

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