Di nuovo in gioco. Anche se Clint sembra al crepuscolo

L’angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su “Lettera 43

A 82 anni Clint Eastwood non ha intenzione di andare in pensione. Sta già pensando, infatti, a un remake di “Eva contro Eva”. Tuttavia anche un’icona americana del suo calibro deve fare i conti con il tempo che passa, qualche acciacco e soprattutto la figuraccia legata a quella sua comparsata pro-Mitt Romney nella giornata finale della Convention repubblicana. Pensate: perfino “il manifesto”, che di Eastwood continua ad essere una sorta di organo ufficiale attraverso gli scritti di Roberto Silvestri e Mariuccia Ciotta, ha dovuto ammettere di fronte a quella performance: «Un inguardabile balbettio senza capo né coda».

La verità? I film di Eastwood, roccioso attore e talvolta ottimo regista, non funzionano più al botteghino americano. Poco male, si dirà. Con quella storia (artistica) alle spalle, Clint può fare ciò che vuole. Però Hollywood è Hollywood, un antico adagio recita che «vali quanto il tuo ultimo film». Infatti al sublime Billy Wilder, uno dei più grandi registi della storia del cinema, dopo l’insuccesso di “Buddy Buddy” non fecero più girare nulla: e aveva solo 70 anni all’epoca.

Qualche cifra, desunta dall’informato sito Imdb, può aiutare. Prendiamo gli ultimi sei film di e con Eastwood, alla voce incassi nordamericani, in pratica dal 2008 a oggi. “Changeling”: 36 milioni di dollari. “Gran Torino”: 148 milioni. “Invictus”: 37 milioni. “Hereafter”: 32 milioni. “J Edgar”: 37 milioni. L’appena uscito “Di nuovo in gioco”, dove recita solo: 35 milioni. Con l’eccezione di “Gran Torino”, che rappresenta un caso a parte, la media è piuttosto bassa, soprattutto a quei costi, anche se Eastwood, con la sua storica casa produttrice Malpaso, sa come risparmiare sul set.

Di contro, è la vecchia Europa a dargli, da anni, una notevole mano, specialmente l’Italia, dove l’attore-regista si fece conoscere ai tempi di “Per un pugno di dollari”, quando Sergio Leone, pensando d’esser spiritoso, si divertiva a teorizzare che Eastwood possedeva solo due espressioni: con cappello e senza cappello. Non era vero.

Stessa lista alla luce del box-office Italia: “Changeling”: 5 milioni e 300 mila euro. “Gran Torino”: 9 milioni di euro. “Invictus”: 6 milioni e 450 mila euro. “Hereafter”: 7 milioni e 780 mila euro. “J Edgar”: 6 milioni. “Di nuovo in gioco” esce venerdì 30 e bisognerà attendere per sapere. Ma, sia pure alla maniera di Eastwood che l’ha prodotto e interpretato, parla di baseball: veleno ai nostri botteghini. Non che sia brutto il film di Robert Lorenz, sfodera anzi una certa classicità crepuscolare, in linea con l’età e le rughe della star in campo. Eastwood incarna Gus Lobel, un anziano cacciatore di talenti per gli Atlanta Braves, una squadra in cerca di rilancia. L’uomo è scontroso e solitario, disdegna il computer, sta perdendo la vista e fatica alla mattina a fare pipì a causa della prostata ingrossata. «Forza, coraggio, sbrigati. Certo che te la stai prendendo comoda» apostrofa il suo “coso”, mettendosi ironicamente in gioco sul tema dell’età.

L’uomo è parecchio “sgrunt”, infatti non riesce a confrontarsi con la giovane e bella figlia interpretata da Amy Adams, avvocatessa in carriera, ma esperta come lui di palle, mazze, guantoni e “fuori campo”, per ragioni familiari. Un’ultima missione in North Carolina, mentre il contatto di Gus sta per scadere, sarà l’occasione per far riavvicinare i due, in vista di una prevedibile resurrezione tra sport e sentimenti.

Un mélo-commedia di medio livello, a tratti anche toccante e divertente, ma con l’aria che tira alla Warner Bros Italia non sono del tutto sicuri che stavolta il pubblico correrà: nonostante Clint ce la metta tutta nell’aderire al personaggio del brontolone fatalista, solitario e anti-modernista, che alle statistiche informatiche in stile “Moneyball – L’arte di vincere” preferisce il suono emesso dalla palla colpita dalla mazza o fermata dal guantone.

Di sicuro sembra lontano il febbraio scorso. Quando, elogiando l’epica réclame per la Chrysler mandata in onda tra i due tempi del Superbowl, l’americanista Luca Celada scriveva: «Retorica magistrale e roboante, più spot elettorale che pubblicità per macchine (e un implicito elogio del “bailout” di Obama), non a caso ha fatto esclamare a un blogger: “Ma dov’e che si può votare per Clint, dannazione!”». Voce roca e viso intagliato nel cuoio, l’attore scandiva: «Questo Paese non può essere messo al tappeto con un pugno. Si rialza subito. E quando lo faremo, il mondo sentirà il rombo dei nostri motori. È intervallo in America, sta per cominciare il secondo tempo».

Solo che il secondo tempo, per lui, non si chiamava Obama. «Voterò per Mitt Romney perché sono convinto che questo Paese abbia bisogno di una scossa», spiegò in pubblico, preparandosi a quella triste sceneggiata di fronte alla sedia vuota, per dire che Obama era un nulla, un’assenza.

Brutta scossa per i cinefili italiani che lo consideravano, dopo una vita da repubblicano, conquistato alla causa liberal, sia pure nei modi dell’anarchico individualista fuori dagli schemi. Infatti fu dramma al “manifesto”, il giornale comunista che più di ogni altro ha reso Clint un maestro indiscutibile, facendo coincidere l’etica con l’estetica, in una chiave di dedizione assoluta.

Nell’Italia dei primi anni Novanta usciva “Il portaborse”, ma al quotidiano di via Tomacelli aprivano la pagina degli spettacoli con “La recluta”, in segno di politica distinzione. Pochi anni prima “Coraggio, fatti ammazzare!” era stato letto come un contributo fondamentale al dibattito sulla violenza alle donne perché Sondra Locke sparava nei testicoli ai suoi violentatori; e quando uscì “Gunny”, per dire, Roberto Silvestri teorizzò in merito al finale a Grenada: «Quell’atroce smorfia che segna l’ultima parte del film è il più grande tributo reso da un nord-americano al compianto leader rivoluzionario Maurice Bishop e ai compagni caduti al suo fianco». Il bellicoso sergentaccio addirittura contro l’operazione Urgent Fury voluta da Reagan?

Diciamo la verità: sia pure a corrente alternata, Eastwood è un potente uomo di cinema, sia come attore sia come regista. Ma bisogna farsene una ragione: l’uomo resta un conservatore, uno dei non molti a Hollywood, insieme a Arnold Scharzenegger, Sylvester Stallone, Gary Sinise, Bruce Willis… Non per questo Clint va considerato un nemico del progresso. Semmai, una volta di più, intoniamoci rispettosamente a una delle sue battute più citate: «Le opinioni sono come le palle. Ognuno ha le sue». Però, anche se i soldi non bastano mai, magari avrebbe potuto evitare di aprire la sua villa alle telecamere di un reality familiare, in stile Kardashian Show, prodotto dal network E! Entertainment. Tu quoque, Clint?

Michele Anselmi

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