Lincoln, la voce che conta. Le star italiane doppiano quelle americane

L’angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su “Lettera 43

«Shall We Stop This Bleeding?» si chiede Daniel Day-Lewis, nei panni del celebre presidente, in “Lincoln” di Steven Spielberg. Il film è uscito da poco nelle sale statunitensi, una settimana dopo l’election day che ha incoronato di nuovo Obama; in Italia lo vedremo a febbraio, probabilmente dopo il passaggio alla Berlinale. Sarà Piefrancesco Favino a doppiare il carismatico presidente con la barbetta che fronteggiò l’atroce guerra civile: un mito per molti americani, ma non per tutti, specie al sud, nel vecchio Dixie. L’attore romano, classe 1969, poliglotta e gran imitatore di dialetti, dovrà restituire la forza quieta di Lincoln e pronunciare in italiano quella frase cruciale: «Riusciremo a fermare tutto questo sangue?».

Tuttavia ci si chiede: perché proprio Favino, che certo è un ottimo attore ma non un doppiatore professionista? D’accordo, nel musical “Nine” prestò già la voce a Daniel Day-Lewis, lì chiamato a rifare un Fellini più magro e inquieto. Ma è anche vero, per dire, che nel memorabile “L’ultimo dei Mohicani” fu Massimo Corvo a doppiare l’attore inglese, probabilmente meglio. Però le major hollywoodiane oggi preferiscono ingaggiare i cosiddetti “talent” per doppiare certi ruoli di spicco. Non solo nei cartoni animati dove la pratica è invalsa da tempo: da Laura Morante e Amanda Lear di “Gli Incredibili” a Claudio Bisio di “L’era glaciale 4”, da Fabrizio Frizzi della serie “Toy Story” a Belén e Laura Chiatti di “Gladiatori di Roma”. Pare sia una questione di marketing.

Così, appunto, Favino donerà la sua voce maschia ad Abramo Lincoln, dopo averla donata al gigantesco Michael Shannon di “Revolutionary Road” e al camusiano Jacques Gamblin in “Il primo uomo”, oltre che alla statua di Garibaldi nell’italiano “Il comandante e la cicogna”. Suscitò qualche perplessità, al punto da provocare una petizione in rete “per un doppiaggio migliore”, la scelta di prendere Claudio Santamaria, altro attore in voga, per rinnovare la voce di Batman-Christian Bale nella trilogia di Christopher Nolan. «Espressività inesistente, tono piatto, recitazione al minimo» tuonarono i promotori della protesta, mettendo a confronto in un video le due voci nella stessa scena. In effetti Santamaria, che pure è attore eclettico, non sembrava all’altezza. Così come in parecchi hanno ritenuto «caricaturale, cadenzata, enfatizzata senza misura ed equilibrio, quasi da cattivone dei cartoni animati» la voce sfoderata da Filippo Timi, attore balbuziente nella vita ma non sullo schermo, per rendere ancora più terrorizzante l’arcinemico Bane nell’ultimo “Batman”.

La verità? Se raffrontati ai nostri doppiatori migliori, da Luca Ward a Stefano De Sando, da Roberto Chevalier a Dario Penne, da Angelo Maggi a Francesco Pannofino, bisogna riconoscere che i Favino, i Santamaria, i Tini non ne escono benissimo. Troppo abituati alla presa diretta sui set per trasformarsi in “voci”, spesso deboli o artificiosi sul piano dell’intonazione, dell’intenzione. L’eccezione, a parere di molti, è Giancarlo Giannini: eclettico attore e raffinato doppiatore. Anche se, come sottolinea un collega che preferisce non essere citato, «con Giannini non sai mai se ti manca la faccia di Giancarlo o la voce di Pacino».

Intanto, però, i doppiaggi “creativi”, stanno prendendo piede. Con risultati talvolta disastrosi: vedere per credere l’italo-argentino “El Campo” di Hernán Belón, letteralmente devastato dalle voci, spesso anche fuori sincrono, di Marco Foschi e Valentina Carnelutti. Nel caso invece di “Eyes Wide Shut” fu lo stesso Stanley Kubrick a esigere che Tom Cruise parlasse con la voce di Massimo Popolizio invece che con quella, classica, di Roberto Chevalier: e non fu un bel sentire.

Tra l’altro, trattandosi di attori dotati di un certo nome, lievitano anche i costi. Se un turno di doppiaggio, circa tre ore, viene normalmente pagato attorno ai 300-350 euro nel caso di un film americano mediamente parlato, la cifra si moltiplica anche per dieci o venti quando arrivano al microfono i famosi “talent” che lavorano fuori contratto sindacale. Questione di marketing, appunto, e pare che la lievitazione del budget per il doppiaggio in certi casi paghi, a prescindere dal risultato.

Chiara Colizzi, doppiatrice di lunga esperienza, figlia di Pino e voce di star come Uma Thurman, Nicole Kidman, Kate Winslet, non è così negativa. «Conosco Favino, è un bravo attore, e come doppiatore sta imparando alla svelta. Sono certa che non deluderà in “Lincoln”. Del resto, ha avuto la parte dopo un accurato provino, mi dicono che faranno prove a tavolino, come a teatro, prima di registrare». Sarà pure un fatto tecnico, nel senso che l’emozione in sala di doppiaggio va gestita in modo di diverso dal set o dal palcoscenico, e via via si impara. Tuttavia non ci sono dubbi: meglio la versione originale con i sottotitoli. Ma questo è un altro discorso che ci porterebbe lontano. Intanto, però, è stato diffuso il primo trailer di “Lincoln” doppiato da Favino. Fate il raffronto con l’originale e ne riparliamo.

Michele Anselmi

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