Un nuovo, più che aspettato, viaggio: Lo Hobbit

A dispetto del sottotitolo, il nuovo film di Peter Jackson era tutt’altro che inaspettato e anzi, da mesi ormai, i fan agonizzavano in attesa della sua uscita. E una volta sbarcato nelle sale, pochi giorni fa, ecco che subito pubblico e critica si sono spaccati in due: chi lo osanna gridando al capolavoro, chi invece si è dimostrato molto deluso, affermando che non si tratta di un’opera al livello della precedente trilogia di Il Signore degli Anelli. Partiamo subito da un presupposto: Tolkien scrisse Lo Hobbit con un intento differente rispetto all’opera successiva che tutti hanno imparato ad amare e ad apprezzare, creando un romanzo sì epico, ma sicuramente molto più spensierato e dalle connotazioni fiabesche (parlando di “fiaba” a livello strutturale); nonostante questo, Jackson ha saputo valorizzare ogni singolo elemento presente nel libro, riuscendo a conferire quella solennità tipica che emanano gli scritti di Tolkien, dando maggiore spazio alle ambientazioni sconfinate e ai paesaggi, che grazie alla tecnologia 3D e al formato video in 48 fps (Frames Per Second) risultano molto più realistiche, quasi si estendessero oltre lo schermo ad invadere la sala.

Già da questo primo capitolo vengono fugati i dubbi che a molti sorsero quando la produzione dichiarò che Lo Hobbit sarebbe stato diviso in tre parti e non due come precedentemente era stato detto: se sulla carta la scelta di allungare il brodo inserendo avvenimenti narrati non nel libro vero e proprio, ma nelle appendici della trilogia, sembrava azzardata e troppo volta a soddisfare interessi puramente commerciali, il regista è invece riuscito ad armonizzare ogni singolo avvenimento, arricchendo la materia senza snaturarla. Inserire le vicende relative a Dol Guldur non può fare altro che amplificare la sensazione di coesione tra questa nuova saga e quella più datata, in modo da ampliare l’universo narrativo creato da Tolkien, trasformandolo cinematograficamente in quello di Jackson: con questo Lo Hobbit diventa ormai chiaro che la materia creata decenni fa dallo scrittore britannico ha iniziato a prendere un corpo e uno spessore maggiori nel corso degli ultimi anni, dilagando in un medium, quello cinematografico, che Jackson riesce a imbrigliare sapientemente senza snaturare il tutto, dandogli anzi una forma visiva affilata e adatta ad ogni palato.

Cosa ancora più importante è l’abilità degli sceneggiatori (tra cui figura anche Guillermo Del Toro, che abbandonò il progetto come regista tempo fa) di caratterizzare ulteriormente personaggi che già abbiamo imparato a conoscere, mentre è stata data una connotazione più forte ai personaggi secondari rispetto al libro, in modo da non appesantire le quasi tre ore di narrazione audiovisiva: il film riesce, attraverso un ritmo deciso e dilatato, a catturare l’attenzione senza disperderla, grazie alle atmosfere magiche e a tratti fanciullesche, ma anche mature e graffianti, con un set di personaggi assai vasto e interessante.

Una menzione speciale a Gigi Proietti è inoltre d’obbligo: dopo la morte dell’incommensurabile Gianni Musy, storico doppiatore di Ian mcKellen nella scorsa trilogia, ci si chiedeva a chi sarebbe andato l’arduo compito di sostituirlo e la risposta è arrivata pochi mesi fa, quando fu diffusa la notizia che la voce di Gandalf sarebbe stata quella dell’attore e doppiatore romano; che dire, Proietti riesce a incarnare alla perfezione la potenza vocale del personaggio, pur avendo un timbro differente rispetto a quello del suo predecessore: una voce potente, meno solenne ma comunque efficace, che si adatta perfettamente alla veste più noncurante del personaggio, che qui non è intriso delle preoccupazioni che lo affliggevano nella trilogia.

In definitiva: Lo Hobbit- Un viaggio inaspettato è un film dal sapore epico e fiabesco che non ha l’interesse e nemmeno la pretesa di superare la maestosità dell’altra saga cinematografica, ma riesce sicuramente a porsi al suo fianco. Se non è semplicemente emozionante vedere sullo schermo l’incontro tra Bilbo (Martin Freeman) e Gollum (Andy Serkis), con relativa battaglia cerebrale, più incalzante e feroce di qualsiasi scontro fisico, allora devo seriamente riconsiderare il mio concetto di “Epicità Galoppante”.

Victor Laszlo

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