Che fine ha fatto il cinema italiano? Parte prima: I cinepanettoni

Più che di Colpi di fulmine si dovrebbe parlare di colpi di grazia: l’ultimo film di Neri Parenti è solo l’ennesima mossa che sancisce quello che ormai era un dato di fatto da parecchi anni, ovvero che il cinema italiano è morto, salvo qualche rantolo di disperazione isolato (grazie a film come A.C.A.B. o Alì ha gli occhi azzurri). Ma cos’è successo? In che modo si è arrivati a questo punto? Eppure l’Italia è stata per decenni un esempio in campo cinematografico. La verità è che abbiamo assistito ad una lenta, ma inesorabile involuzione e non ci siamo limitati ad osservare senza fare nulla, ma per la maggior parte abbiamo contribuito: ridendo a battute sempre più grette e sempre meno brillanti, affollando le sale ogni Natale per guardare la solita pellicola girata in fretta e furia e malvolentieri, recitata male, diretta ancora peggio; abbiamo alimentato un’industria erosa nelle fondamenta, abbiamo ravvivato un incendio che si è esteso sempre di più, affossando prodotti di qualità e uccidendo la comicità.

I produttori hanno proposto per anni lo stesso film, cambiando il titolo, ma mantenendo la stessa struttura: intrecci improbabili, stereotipi insopportabili e finali ai limiti del ridicolo. Certamente non è solo il cinepanettone il problema, dal momento che tutti questi film sono il risultato del deterioramento di un genere nobile e brillante come quello della “Commedia all’Italiana”: tutti nel mondo l’hanno invidiata, era critica e, soprattutto, deliziosamente divertente. Negli Ottanta, grazie a registi ed autori come i Vanzina, questo tipo di commedia ha iniziato a trasformarsi, a divenire sempre più specchio della società, volgarizzandosi, ma mantenendo pur sempre una sua dignità: film come Yuppies, Sapore di sale, Vacanze di Natale et similia hanno il loro senso, sono goliardici, ma pregni di un umorismo spesso quasi amaro, mascherato con infarciture popolari. Le pellicole che per anni hanno invaso le sale durante le feste sono lo scarto di quell’evoluzione: l’inconsistenza ha sostituito la solidità delle battute, riferimenti alle feci e rumori corporei dirompenti hanno rimpiazzato la ricerca di una critica sociale, seppur velata. Ed ecco che abbiamo assistito a riprese montate pedissequamente, ad una fotografia abbacinante e fastidiosa, a interpretazioni cinofile (spesso ad opera di attori solitamente ottimi, ma che per l’occasione sembrano aver dimenticato il mestiere).

A modo loro, anche i cinepanettoni sono specchio di questa società, o meglio, riflettono quello che nella odierna società italiana – quella della crisi finanziaria e politica, dell’impasse culturale e della disoccupazione – non funziona: la stagnazione. Tutto nel nostro Paese sembra essere fermo, congelato: non vi è una seria ricerca del cambiamento, le situazioni vengono accettate e rinnovate fino allo sfinimento, ma soprattutto la stagnazione si manifesta culturalmente: i cinepanettoni hanno prosperato per anni e anni finchè il pubblico non ha detto basta. Ed ecco che entra in scena il mascheramento. Colpi di fulmine è un cinepanettone in piena regola, ma presentato come una commedia nuova, fresca: via il solito Natale a… nel titolo. E basta. Questo il solo cambiamento tangibile, per il resto nulla cambia: il solito De Sica, comici capaci e innovativi come Lillo e Greg che per l’occasione diventano volgari e insipidi, anche se forse costituiscono l’unica flebile nota positiva, la celebrità infilata per caso (questa volta è il turno di Arisa) e la solita bella donna dipinta come un’inguaribile arrapata. In passato il nostro cinema ha attraversato il periodo delle commedie scollacciate, zeppe di donnine svestite e cinquantenni ingordi, ma tutto era gestito con goliardia e un’abilità di sceneggiatura che ha reso almeno alcune di quelle pellicole veri e propri cult. Cose che al cinepanettone mancano. Ma sono solo i cinepanettoni il problema? Purtroppo no. Ma questa è un’altra storia.

Victor Laszlo

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