Va’ dove ti porta il declino, tra poca qualità e dio quattrino

Pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 29 dicembre

Parafrasando il titolo di un film recente, Il peggior Natale della mia vita, il box office natalizio 2012 è già stato battezzato come il peggior Natale degli ultimi 13 anni. Causa un calo di oltre  33% rispetto allo stesso periodo del 2011. L‘anno che sta per chiudersi è davvero l’annus horribilis del cinema italiano. Ci sono state settimane in cui gli incassi hanno toccato punte negative superiori al 40%. E i veggenti immaginano un 2013 ancora più infausto. Stanno meglio in America? Si direbbe di no. La vittoria dei Miserables nei confronti del western di Tarantino (troppo violento?) registra il calo degli altri competitor. La verità è che il pianeta cinema soffre di una patologia grave. Ecco perché diventa impresa ardua vedere l’orizzonte e tantomeno il sereno. Del resto come stupirsi del deficit di presenze, quando l’intera economia è in fase di default? Le vendite al dettaglio delle festività hanno chiuso con meno 20%. Può il cinema fare eccezione? Il guaio è che nessuno è in grado di prevedere quando si potrà fermare la disaffezione degli spettatori. E soprattutto “se” si potrà fermare. John Heyman, uno dei finanziatori più illuminati del cinema mondiale (suo figlio David è il fortunato produttore di Harry Potter e ora si appresta a sbancare con la saga dell’orsacchiotto chiamato Paddington) mi ha mandato uno scritto dal titolo intrigante: Wither or Whither? Il gioco di parole si addice perfettamente a noi. Declino, oppure verso dove? Qui non si tratta più di piangere sul latte versato, ma di valutare quanto se ne verserà ancora. E se esista un modo per evitare che il declino diventi morte per deperimento, considerando che l’inglese consente entrambe le interpretazioni. C’è qualcuno in Italia che si sta preoccupando di correre ai ripari? Ci sta pensando il ministro Ornaghi? Si direbbe di no, se persino “il Sole 24 Ore” pochi giorni fa lo ha bollato come uno dei peggiori incaricati di tutelare la cultura. Si stanno preoccupando i signori di Cinecittà, ente pubblico che dovrebbe spronare la creatività giovanile e promuovere il cinema italiano all’estero? Si direbbe di no, visti i magri risultati, del tutto sproporzionati rispetto agli stipendi degli amministratori, alcuni dei quali, privi della minima competenza, nominati in quanto rappresentanti di antiche clientele. Si sta preoccupando la televisione, pubblica e privata, che ha edificato i propri palinsesti grazie al granaio cinematografico e ora, in tempi di vacche magre, fa orecchie da mercante? Gravissimo suona ad esempio il ridimensionamento di Medusa, ex prima casa di distribuzione. Con lei scompare un capitale che finanziava buona parte del cinema italiano, il quale ora si trova nella condizione di orfano indigente. Né si può sperare di colmare il disavanzo ricorrendo a  RaiCinema, rimasta da sola a difendere il forte. Eppure il 2012 ha visto la produzione di ottime pellicole. Valga per tutti Cesare deve morire, dei fratelli Taviani, ingiustamente bocciato nella corsa agli Oscar. E’ il cinema cosiddetto di genere, più commerciale, che manca all’appello. Là dove negli anni passati una cinquina di pellicole si spartiva incassi tra 10 e 20 milioni di euro per titolo, ora è il deserto. E’ vero che il cinema di qualità sa ancora esprimere dei talenti, ma è anche vero che il pubblico giovanile non lo frequenta. Un film osannato in tutto il mondo come il pluripremiato Amour in Italia è stato visto da poco più di 150.000 spettatori. Non pochi film partiti forti sul piano delle intenzioni commerciali hanno portato a casa ancora meno. Se poi pensiamo che mentre il cinema di qualità tutto sommato costa poco e quindi può permettersi di incassare poco, il cinema commerciale, che costa parecchio di più, se non incassa molto lascia dietro di sé voragini. Sul palcoscenico della crisi si muovono vari attori. Andare al cinema resta pur sempre uno degli svaghi meno costosi, ma quante sono le coppie di giovani che possono permettersi una ventina di euro, inclusi i popcorn, per 100 minuti di divertimento non sempre garantito? Pesa anche la pirateria, grazie alla quale da noi non c’è pellicola che non sia scaricabile gratuitamente. E infine pesa, come per la tv, un’offerta smisurata di prodotti, che non conosce eguali nella storia dell’umanità. C’è talmente tanta offerta tra film, fiction tv, webseries etc. che bisogna avere davvero la “vocazione” dello spettatore per mettersi in fila a una determinata ora in un determinato posto per vedere un film. David Denby, il noto critico americano, ha di recente scritto un saggio per “The New Republic”, in cui accusa Hollywood di essere responsabile dell’agonia del cinema. Gli effetti speciali, la pletora di eroi superpotenti, la drammaturgia ormai improntata ai videogiochi, le spese folli di produzione, secondo Denby hanno decretato la politica del non ritorno. E’ vero che un tempo gli studios erano diretti da uomini soli al comando, che amavano il cinema, mentre oggi sono amministrati da giovani rampanti che amano solo il dio quattrino. Ma è davvero colpa del gigantismo se le sale chiudono e gli spettatori si dileguano? O non sono piuttosto la povertà delle idee e la mancanza di coraggio ad allontanare il pubblico da una forma di spettacolo conformista e ripetitivo sino alla nausea?

Roberto Faenza

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