Frankenweenie. L’universo di Tim Burton torna a risplendere

Si può tirare un sospiro di sollievo in seguito alla visione di Frankenweenie, il nuovo film in stop-motion di Tim Burton nelle nostre sale da domani. Dopo l’insipido Alice in Wonderland, che è stato comunque il maggior successo commerciale della sua carriera, e il successivo Dark Shadows, interessante ma non pienamente convincente, il regista californiano ritrova l’ispirazione e realizza una delle sue opere più riuscite degli ultimi quindici anni. Per ritrovare lo smalto dei tempi migliori Burton, tra lo scetticismo generale, ritorna alle sue origini artistiche e riprende l’idea alla base del suo cortometraggio del 1984 dal titolo omonimo, prodotto dalla Disney e destinato in origine ad accompagnare nelle sale la riedizione di Pinocchio. L’operazione non andò per il verso giusto a causa di un test screening disastroso e del divieto ai minori di 13 anni che indusse la celebre casa di produzione ad accantonare il progetto, sancendo la fine della collaborazione artistica con l’artista.

Il caso ha voluto che proprio la Walt Disney Pictures sia stata coinvolta nella produzione di questo nuovo lungometraggio in stop-motion, il terzo del regista dopo Nightmare Before Christmas e La sposa cadavere, che purtroppo non ha ottenuto i risultati sperati al box office d’oltreoceano. Evidentemente, la storia di un bambino che resuscita il proprio cagnolino non desta l’interesse del pubblico americano che, a distanza di quasi trent’anni, non ha gradito più di tanto la riproposizione di questo soggetto, in origine realizzato sempre in bianco e nero ma con attori in carne ed ossa.

In Frankenweenie ritroviamo tutto l’universo burtoniano, riproposto in maniera creativa e vitale e non in modo fiacco e automatico com’era accaduto nei suoi ultimi lavori. Una storia molto sentita da parte dell’autore, che vi ha messo tutto l’entusiasmo, la passione e la nostalgia verso un tipo di cinema ormai scomparso. L’inizio e la fine non differiscono molto dal cortometraggio di partenza mentre nella parte centrale la storia si sviluppa e prende altre pieghe che permettono al regista di rendere omaggio al cinema horror classico attraverso una serie di citazioni davvero irresistibili. Abbiamo quindi Elsa, doppiata da Winona Ryder, la compagna di classe e vicina di casa di Victor Frankenstein, il piccolo protagonista del film, che di cognome fa Van Helsing come il celebre cacciatore di vampiri creato dalla penna di Bram Stoker; il professore di scienze, cui presta la voce Martin Landau (Bela Lugosi in Ed Wood), ha le sembianze di Vincent Price, il grande attore che a fine carriera lavorò con Burton in Edward mani di forbice. Innumerevoli i rimandi a Frankenstein e La moglie di Frankenstein, i due capolavori dell’orrore firmati da James Whale negli anni ’30, a partire dal cognome di Victor, alle fattezze di due suoi compagni di classe che ricordano inequivocabilmente i personaggi del servo gobbo Fritz e della creatura riportata in vita dal dottor Frankenstein fino alla sublime acconciatura della cagnolina che rimanda proprio a quella vista in La moglie di Frankenstein.

Niente canzoni o balletti, come invece avviene spesso nei film d’animazione, ma una girandola d’invenzioni visive, soprattutto nella seconda parte, che manderanno in estasi i fan del regista e gli amanti delle pellicole di genere che riconosceranno mostri e creature già visti in opere come Gremlins, il Godzilla giapponese o il lupo mannaro che qui in realtà altri non è che un topo.

Uno scenario gotico incantevole accompagnato dalle fiabesche e malinconiche musiche di Danny Elfman, che riprende brillantemente temi familiari che evocano a tratti le atmosfere di Edward mani di forbice, film che non a caso presenta un’ambientazione simile a quella di Frankenweenie, ispirata a sua volta a Burbank, cittadina natale del regista. Le similitudini non finiscono qui, i due film sono accomunati anche dalla critica dell’autore verso la piccola comunità che si dimostra ottusa e ignorante, chiusa e ostile nei confronti di chi è diverso. Così come Victor, alter ego di Tim Burton da giovane, riesce a riportare in vita il suo cagnolino Sparky grazie al suo amore unito alle conoscenze scientifiche, allo stesso modo il regista realizza uno dei suoi film più ispirati ripartendo proprio dagli inizi della sua carriera e rielaborando con passione e maestria uno dei suoi soggetti più cari e personali.

Boris Schumacher

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