Andy Warhol. Un cinema difficile da definire

Nessun movimento artistico del Secondo dopoguerra ha mai goduto dell’importanza di cui si è potuta fregiare la Pop Art americana, sotto l’egida del suo vate e genio assoluto. Andy Warhol è stato un uomo curioso: innovatore delle arti figurative, dalle finestre della sua Factory osservava le sue serigrafie, ossessionato dalla possibilità di ammalarsi. È significativo che un artista poliedrico come Warhol abbia dedicato buona parte della sua produzione al cinema, arrivando a realizzare anche un film alla settimana.

Molti ritengono che Warhol sia uno degli individui che meglio hanno inteso il potere del cinema, facendone un uso intelligente: non vogliamo certo smentire questa interpretazione, che tutto sommato ha la sua verità, ma sembra necessario fare qualche specifica. È vero in effetti che il maggior esponente della Pop Art, colui che ha cristallizzato volti celebri come quello di Mao e Marilyn ha utilizzato in una maniera intelligente e profondamente contemporanea l’apparecchio ideato dai Lumière, ma è necessario interrogarsi sul portato profondo di una tale operazione.

Nell’alveo del movimento Pop era inevitabile che si arrivasse a considerare il cinema come un’arte commerciale: i soggetti preferiti di questi artisti, in fin dei conti, venivano in buona parte da qui; maschere de-umanizzate che avevano perso la loro individualità scomparivano sotto strati di colore acido raccolti in composizioni ripetitive quanto i barattoli di zuppa in uno scaffale del supermercato. In modo completamente innocente, senza nessuna istanza di critica sociale, questi artisti “popolari” mostravano il lato oscuro di Hollywood, levigandone le asperità più terribili dietro la possibilità di poter leggere in maniera quasi immediata questi dipinti.

Passare dall’altra parte della macchina da presa, però, non è così facile: il primo film di Warhol, datato 1963, è Sleep, in cui il registra riprende l’amico John Giorno mentre dorme, realizzando un girato dalla durata allucinante di cinque ore circa. Esperimenti di questo tipo si sono già visti nella storia del cinema (Greed di Stroheim durava circa sette ore nella versione originale) ma l’interrogativo estetico che Sleep ci pone in tutta la sua gravità è il seguente: si tratta di un film? Se intendiamo come film un qualsiasi girato in pellicola, allora dovremo necessariamente concludere di sì; tuttavia non sembra che questa categoria sia così facilmente attribuibile, altrimenti potremmo liquidare Sleep molto in fretta, definendolo un film molto noioso.

La problematicità dei lavori cinematografici di Warhol è che, per la maggior parte, esasperano il concetto stesso di film e sembra che anche a questo genere di pellicole si possa fare la critica che Mario Pezzella, in un suo efficace scritto, rivolge ai film astratti come Sinfonia diagonale di Eggeling: ritirarsi nella pura astrazione per il cinema non sembra possibile, pena una perdita della natura stessa del medium. È certamente possibile piegare a esigenze sperimentali la settima arte (anzi, oggigiorno è doveroso), ma non sembra essere l’astrazione la strada più giusta per farlo. Dunque anche a Warhol si può rivolgere la stessa obiezione?

Probabilmente sì, dal momento che un soggetto – per quanto concreto – se ripreso per un tempo così lungo, vira inevitabilmente verso l’astratto. Siamo assolutamente certi che, chiunque resista per tutta la durata del film, a un certo punto si troverà certamente ad osservare dei dettagli della scena, dei semplici elementi decontestualizzati da un’unità di base ormai già apprezzata nella sua globalità. Il problema che resterebbe da risolvere, a questo punto, è cercare di capire che cosa siano i girati di Warhol, tanto lunghi da apparire stranianti: certamente non film propriamente detti, forse una prefigurazione della video-arte?

Giuseppe Previtali

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