Se un cagnolino ti indica la strada. Frankenweenie e la rinascita di Tim Burton

Correva l’anno 1982 e un giovane ragazzo californiano esordiva alla regia con un cortometraggio, interamente realizzato con la tecnica dello stop-motion, che in soli cinque minuti narrava del sogno segreto di un bambino che voleva emulare il suo idolo, ovvero l’attore Vincent Price. Il giovane regista si chiamava Tim Burton e quello sarebbe stato solo l’inizio della sua folgorante carriera.

Sembrano passati secoli dai primi film del cineasta e si abbraccia il pensiero di molti dicendo che da diversi anni la magia e la bellezza che sapeva infondere in ogni sua opera sembra svanita, pressoché massacrata da pellicole autoreferenziali, come Alice in Wonderland e Dark Shadows. Che sia l’influenza della Disney, produttrice degli ultimi lavori di Burton? O si tratta di un semplice momento di stanchezza, forse una sorta di crisi di identità artistica? Quale che fosse il motivo, sembra che il periodo “nero” (in realtà d’oro, se lo si guarda in termini puramente commerciali) sia finito grazie a Frankenweenie, un piccolo gioiellino in stop-motion, in 3D e in rigoroso bianco e nero, che ha già conquistato milioni di persone in tutto il mondo.

E’ curioso che sia proprio un’opera realizzata con la tecnica dello stop-motion a segnare il ritorno di Tim Burton come lo conosciamo, dato che è da lì che tutto iniziò, ormai più di trent’anni fa. Ma Vincent è solo una goccia nell’oceano sconfinato dei film del regista: tutti conoscono Batman, Beetlejuice, Edward Mani di Forbice o Big Fish, ma in questo caso è forse opportuno guardare al passato di Burton relativamente ai film di animazione e ai cortometraggi; il suo secondo corto, del 1984, infatti, è sicuramente l’opera che più ha a che fare con l’ultima fatica. Stiamo parlando dell’omonimo Frankenweenie, uno short film della durata di circa mezz’ora, con protagonisti nomi altisonanti del calibro di Shelley Duvall (la Wendy di Shining) e Daniel Stern (Mamma, ho perso l’aereo), che altro non è che la fonte di ispirazione principale del nuovo lavoro uscito nelle sale solo giovedì scorso. La trama è sempre la stessa: il cagnolino di Victor, un bambino di dieci anni, viene investito da un’auto, perdendo la vita, e il suo padroncino riesce a rianimarlo durante un esperimento con la corrente elettrica. Il corto, fortemente ispirato a Frankenstein nelle versioni cinematografiche di James Whale, sia per la trama che per lo stile registico, era un piccolo capolavoro che fu persino candidato all’Oscar.

Ma lo stile del nuovo film d’animazione di Burton ricorda senz’altro altri due grandi capolavori da lui ideati: Nightmare Before Christmas e La sposa cadavere; insomma, ci troviamo di fronte ad un prodotto, in un certo senso, ripescato dai meandri del passato, con una storia estrapolata da uno dei suoi lavori giovanili più riusciti e uno stile plasmato sui grandi film di animazione che lo hanno portato al successo. E del corto originale il nuovo Frankenweenie eredita sicuramente i riferimenti ai film di Whale, con il suo bianco e nero elegante e i chiarissimi richiami ai personaggi storici che popolavano la pellicola, il tutto letto in una chiave infantile (ma non troppo), ma soprattutto finemente ironica. Grazie al cielo, un cagnolino ha indicato la giusta via a Tim Burton.

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Victor Laszlo

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