Lincoln. La schiavitù del doppiaggio in un film da vedere

L’angolo di Michele Anselmi | Per Cinemonitor

Grazie alla puntigliosa ricostruzione storica, il kolossal d’interni targato Spielberg illustra perfettamente i meccanismi politici che portarono all’abolizione della schiavitù pochi mesi prima della morte di Lincoln

“Lincoln”: come ti rovino un bel film con un pessimo doppiaggio. Non è un’annotazione da puristi, per quanto sarebbe meglio abituarsi a vedere i film in versione originale sottotitolata, ma siamo in Italia, dove nessuno sembra aver voglia di sforzarsi un po’. Davvero, però, non si capisce perché far parlare il presidente Abraham Lincoln, incarnato da Daniel Day-Lewis, con la voce di Pierfrancesco Favino.

Intendiamoci, Favino, classe 1969, duttile, poliglotta, è attore coi controfiocchi. Ma basta confrontare trailer americano e trailer italiano per accorgersi del divario tra l’accurato lavoro compiuto dall’attore britannico nel rendere “naturale” l’accento del presidente repubblicano e il modo in cui l’italiano imita, con un sovrappiù di pensosa enfasi recitativa, l’eloquio del tormentato Lincoln quando scandisce: «Abolire la schiavitù determinerà il destino dei milioni di individui adesso in catene». E a non a dire di quell’Arkansas, pronunciato proprio com’è scritto invece di Arkansò, che risuona a un certo punto, detto da Lincoln. Eppure l’ex presidente Bill Clinton viene da quello Stato, possibile che nessuno, durante i lunghi turni di doppiaggio, si sia accorto della cantonata?

Guardate che il doppiaggio, in un film così complesso e parlato, fitto di riferimenti storici e aneddoti-parabola, conta moltissimo. Tanto più se l’adattamento dall’inglese cerca di restituire una certa aria ottocentesca nei dialoghi: tra parole desuete, locuzioni antiquate, avverbi e aggettivi non più in uso comune.
«La guerra è quasi finita, nevvero? A che servirebbe un altro cadavere?» scandisce infatti un ulcerato Lincoln chiamato a decidere se va impiccato o no un soldato sedicenne che ha azzoppato il cavallo per paura di morire durante una carica. E ancora: «Fare profezie è una delle attività meno proficue di questo mondo» ragiona il presidente di fronte a un collaboratore troppo ottimista sulla fine della guerra civile (1861-1865) che oppose gli Stati nordisti guidati da Lincoln agli Stati confederati guidati da Jefferson Davis. Purtroppo un che di fasullo trasuda dalla voce artificiosa di Favino, che rende a tratti una macchietta la complessa opera di mimesi operata da Daniel Day-Lewis: nei gesti, negli sguardi, nella camminata dinoccolata in controluce, nei modi dell’eloquio forbito e quieto, scosso a volte da gesti di stizza.

Peccato. Perché il film, diretto da Spielberg e scritto da Tony Kushner sulla base del libro di Doris Kearns Goodwin “Team of Rivals: the Political Genius of Abraham Lincoln”, è di quelli da vedere, anche se non sarà di facile godimento per chi sia poco interessato all’argomento. Non di biografia trattasi, nonostante il titolo e l’epilogo con l’attentato lasciato fuori campo, bensì del racconto di un mese cruciale della storia americana: il gennaio 1865, quando Lincoln, presidente carismatico e vicino alla vittoria sui “ribelli” ormai sfibrati (vittoria amara: 600 mila furono i morti e 900 mila i feriti), decide di far approvare ad ogni costo il XIII emendamento alla Costituzione che abolisce la schiavitù e rende uguali gli uomini, bianchi e neri, davanti alla legge.

Mica facile. Benché convinto che «se lo schiavismo non è sbagliato, allora nulla lo è», Lincoln sa che non sarà facile mettere insieme la maggioranza parlamentare necessaria a far passare il rivoluzionario emendamento. I democratici, allora era l’opposto di oggi, sono fieramente contrari, e anche tra i repubblicani, specie nell’ala più conservatrice, la determinazione di Lincoln viene guardata con sospetto.

Girato quasi tutto in interni bui e legnosi, a parte una violentissima scena iniziale di battaglia e in sottofinale un mesto passaggio in mezzo a cataste di cadaveri, il film mostra un Lincoln paterno e vulnerabile, quasi casalingo con quello scialle sulle spalle eppure determinato a far trionfare le proprie idee, fedele all’iconografia classica (la barbetta senza baffi, le guance scavate, lo spropositato cappello a cilindro, la statura monumentale) e insieme non convenzionale. Ma la retorica sul più venerato presidente americano presto lascia spazio, nella prospettiva di Spielberg, a una narrazione tutta politica, che ricostruisce con scrupolo le furbizie e le tattiche con le quali gli uomini di Lincoln convincono uno ad uno, promettendo posti di spicco, i parlamentari riluttanti a votare sì. Certo che viene da pensare ai nostri Scilipoti, anche se la posta in gioco non è paragonabile ai destini del governo Berlusconi.

«Noi siamo sul palcoscenico del mondo, adesso! La dignità della specie umana è nelle nostre mani, non solo per chi è vivo ma per chi ancora deve nascere» tuona il presidente, pronto ad ogni spregiudicatezza, inclusa una menzogna messa per iscritto quando tutto sembra perduto alla Camera dei Rappresentanti, per far passare, 119 sì e 56 no, quel cruciale emendamento prima che il Sud si arrenda. Perché – e qui sta il dilemma morale suggerito dal film – Lincoln sa bene che abolizione dello schiavismo e fine della guerra non vanno di pari passo, e anzi la prima potrebbe complicare le trattative per la pace.

Film di impianto teatrale, quasi mai retorico, se non fosse appunto per l’enfasi messa da Favino nel restituire il timbro vocale del presidente, “Lincoln” mette insieme un cast curioso, dove spiccano Sally Field, David Strathairn, Joseph Gordon-Levitt, Hal Holbrook e tanti altri. Ma è soprattutto Tommy Lee-Jones, benissimo doppiato da Stefano De Sando, a giganteggiare nei panni del più convinto alleato della causa abolizionista; una sorta di giacobino che si batte per il popolo senza aver simpatia per esso, il ricco repubblicano che tornando a casa si toglie la parrucca e si corica dolcemente a letto accanto alla governante nera amata segretamente da anni.

Il film esce il 24 gennaio, dopo aver fatto incetta di nomination all’Oscar: 12 per l’esattezza. Sul territorio nordamericano ha incassato finora 153 milioni di dollari. Volando a Roma per promuovere il film, il regista e il protagonista hanno voluto farsi intervistare solo da tre quotidiani e due tg, lasciando alla povera Sally Field il compito di parlare con tutti gli altri giornalisti. Inutile maleducazione da star.

Michele Anselmi

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