Ripensando Donne senza uomini. Acque e giardini nel film di Shirin Neshat

D’ora in poi solo il silenzio, il silenzio , nient’altroQueste sono le prime parole del prologo del bel film dell’artista iraniana Shirin Neshat, Donne senza uomini, con il quale nel 2009 ha vinto il Leone d’argento per la miglior regia alla Mostra del Cinema di Venezia.

Tratto dall’omonimo romanzo di Sharnush Parsipur, il film, come si legge verso la fine della pellicola, è dedicato a tutti coloro che hanno lottato per la libertà e la democrazia in Iran dal 1906 a oggi. La storia ci viene incontro per mezzo degli occhi delle quattro protagoniste: Faezeh, Fakhri, Munis, Zarin. Le loro vite si intrecciano allorquando il governo repubblicano di Mohammad Mossadeq viene rovesciato con un colpo di stato appoggiato dalla CIA e dagli inglesi, riportando in Iran lo Scià deposto e dando inizio a nuove repressioni.

Si tratta di un film di denuncia, quindi, nel quale la Neshat analizza le condizioni sociali e politiche islamiche, facendo emergere il ruolo della donna e il suo bisogno di sentirsi libera, finalmente padrona dei propri pensieri e del proprio corpo. L’attributo ricorrente, con cui nel film viene simboleggiata la salvezza della donna, è il chador, inteso, ora, come rifugio dalle violenze esterne, ora, come chiusura e costrizione imposte dall’uomo. Proprio il velo, che all’inizio del film vediamo cadere lentamente al suolo, precede il momento in cui Munis – impegnata nella liberazione democratica del suo paese – trova la sua libertà e pur tuttavia coincide con la sua morte. La scena iniziale del film, si ricongiungerà a quella finale come un principio e una fine, chiudendo l’anello di tutta la storia.

È ancora il chador, questa volta improvvisato con un lenzuolo, che avvolge e porta Zarin a girovagare per le strade di Teheran; lei è una giovane prostituta, che non riesce nemmeno più a vedere i volti degli uomini che usano il suo corpo. Fakhri non indossa il velo come le donne occidentali. È una donna piacente, di mezza età, e appartiene alla società imperiale; è sposata con un generale ma da tempo profondamente infelice. Da questa infelicità fuggirà rifugiandosi nella grande villa, dove arriveranno anche Zarin e Faezeh.

Faezeh si stringe sempre al proprio chador, sogna di sposare il fratello dell’amica Munis, religioso tradizionalista, e di arrivare intatta al matrimonio. Dopo aver subìto uno stupro prenderà coscienza di sé e del suo corpo e, liberandosi del suo velo, libererà anche sé stessa. C’è una lunga strada tra i campi che Munis, Faezeh e Zarin si trovano ognuna a percorrere; terra e acqua ritornano e si ripetono scandendo il tempo, elementi naturali e simbolici con cui significare la vita e la rinascita. Qui ci investe l’immagine di Munis, che, galleggiando nell’acqua, ci rimanda all’Ofelia di Shakespeare.

“Iddio ha promesso ai credenti e alle credenti Giardini alla cui ombra scorrono i fiumi, dove rimarranno in eterno, e dimore buone nei giardini di Eden” (Corano, IX, 72)

Il giardino islamico, più volte rappresentato nel film, si lega all’immagine dell’oasi, esso è al contempo metafora del Paradiso e appagamento dei sensi. Quale immagine della creazione divina, è perfetto e geometrico; al di fuori di esso si oppone la natura selvatica, ostile al credente. La sua forma geometrica deriva dal giardino persiano ed è suddiviso dai corsi d’acqua in quattro zone regolari (un rimando ai quattro fiumi del Paradiso di Gen 2). I fiumi convergono al centro in una fontana o in un laghetto; una rete di canali minori si alterna ad alberi da frutto ed aiuole fiorite. Esso è inoltre circondato da un alto muro che, in questo modo, lo esclude e distacca dal resto del mondo. Il giardino è, quindi, contemporaneamente un luogo reale e ideale. Come in latino abbiamo l’hortus conclusus ed in greco chórtos e hórtos, così anche il persiano pairidaeza possiede il significato di spazio delimitato, di luogo protetto nel quale è possibile, in solitudine e attraverso la meditazione, avvicinarsi a Dio. Nel film è qui che tutto prende vita attraverso i colori dei fiori, per l’opposizione del bianco al nero nelle scene al di fuori di esso.

Cinematograficamente parlando, lo stile di Shirin Neshat ricorda molto quello di Jane Campion e, seppur parliamo di due culture distanti, la cura della fotografia, delle immagini, certe atmosfere, la ricerca di un estrema simbologia unita ad una straordinaria attenzione all’estetica le accomuna particolarmente. Non da ultimo, sottolineiamo la bella colonna sonora del film firmata da Ryuichi Sakamoto e Abbas Bakthtiari.

Onorina Collaceto

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