The Last Stand. Lo sceriffo “Schwarzy”: invecchiare senza pomparsi

L’angolo di Michele Anselmi | Per Cinemonitor

Poteva essere un disastro. Imbolsito e lento, con quei capelli tinti di marrone e l’impianto muscolare a un passo dal cedere, come impietosamente mostrato da alcune fotografie “rubate” al mare qualche tempo fa. Invece Arnold Schwarzenegger, detto “Schwarzy”, 65 anni, austriaco americanizzato, dimostra di saper invecchiare con una certa classe, almeno sullo schermo. Archiviati governatorato della California e matrimonio decennale con signora del clan Kennedy, l’ex Conan il Barbaro ci riprova col cinema, sapendo che l’epoca d’oro è passata da un pezzo.
L’amico Sylvester Stallone, di un anno può anziano e fisicamente molto più “pompato”, gli ha dato una mano, chiamandolo a rifare un po’ se stesso nei due “Mercenari”. Un antipasto di questo “The Last Stand – L’ultima sfida”, nelle sale il 31 gennaio, targato Filmauro: dove Schwarzenegger, affidandosi alle cure del regista coreano Kim Jee-Woon, caro ai cinefili per “Il buono il matto il cattivo”, si diverte a incarnare un ex poliziotto di Los Angeles finito, per dimenticare, a far lo sceriffo in un paesino di confine, tra Arizona e Messico.

A Somerton, poco più di 7.000 anime, la vita scorre tranquilla, c’è poco da fare per la locale stazione di polizia guidata da Ray Owens. Almeno fino a quando un vecchio contadino locale, interpretato da Harry Dean Stanton in partecipazione speciale, non viene ritrovato morto con un colpo di fucile in fronte. Piombo al posto dell’oro che i cattivi, per convincerlo a cedere un pezzo di terreno, erano pronti a dargli. Purché stesse zitto e lasciasse costruire un ponte mobile. C’è di mezzo la fuga fantasmagorica, un po’ in stile “Punto zero”, di un micidiale narcotrafficante, una sorta di pericolo pubblico n.1: preso in consegna dall’Fbi, il giovane criminale viene liberato dai suoi e scappa verso il confine, cioè Somerton, a bordo di una Corvette ZR1 (product placament a gogò) modificata in modo da raggiungere oltre 450 chilometri di velocità. Insomma, avete capito: le vite di Noriega e Owens sono destinati a intrecciarsi, secondo i dettami di una sfida dalle coloriture western.

Del resto, “The Last Stand” era nato proprio come un western, salvo poi essere trasformato in un poliziesco più “tecnologico” ed esplosivo, sia pure dentro una cornice all’antica, crepuscolare, affidata appunto al volto stazzonato di Schwarzenegger. Uno che alla domanda «Come si sente?» risponde: «Vecchio»; uno che rassicura la giovane poliziotta alle prime armi dicendole: «Ho più paura di te. Ho visto sangue e morte a sufficienza, so cosa ci aspetta».
Insomma dimenticare “Terminator” , “Commando”, “Predator” e compagnia bella. Consapevole dell’età che gli rallenta i movimenti ma gli offre la possibilità di dire qualche battuta in più di dialogo (voce di Alessandro Rossi al posto dello scomparso Glauco Onorato), l’ex culturista si cuce addosso questo sceriffo del deserto in felpa, pantaloni corti e scarpe Timberland. Un eroe, certo, ma non sbruffone e rodomonte, un uomo della legge che prevede i guai in arrivo tramite quello psicopatico su una specie di Batmobile.

Il pubblico americano per ora non ha risposto al ricatto della nostalgia: appena 7 milioni di dollari di incasso nella prima settimana. Magari si riprende. Oppure bisogna attendere, per vedere se c’è ancora Schwarzy-mania, l’esito degli altri due film in uscita nei prossimi mesi: “The Tomb” accanto all’amico Stallone e “Ten” accanto a Sam Worthington.
In realtà “The Last Stand – L’ultima sfida” è abbastanza riuscito nel suo mix di malinconia senile e action sfrenata, tra dichiarazioni di saggezza e mitragliate in quantità. Del resto, il manifesto lo raffigura proprio dietro una vecchia sputafuoco Vickers recuperata con l’aiuto di un armaiolo svitato che fa da contraltare comico alla vicenda.
Già, le armi. Benché repubblicano convinto, l’attore simpatizza con il presidente democratico presidente Obama sul tema, delicato negli Usa a causa dell’influenza esercitata dalla National Rifle Association, riguardante la diffusione irresponsabile dei fucili da guerra. «La questione delle armi è troppo complessa per essere affrontata da un solo punto di vista. Le tragedie che avvengono in America, ma anche nel resto del mondo, non si possono minimizzare. Serve un approccio globale, ha ragione il presidente» scandisce nel suo tour romano. Quanto al film: «È intrattenimento, non realtà. La vecchietta che spara al criminale che le è entrato in casa è buffa da vedere: sembra innocua e invece prende in mano la questione e la risolve. Ha fatto la cosa giusta».

Difficile dargli torto. Anche se, a differenza di un tempo, Schwarzy sembra maneggiare pistole, fucili e mitragliatrici con l’aria di chi vorrebbe fare altro al cinema; invece, al pari di Stallone e Willis, già compagni d’affari nell’impresa gastronomica Planet Hollywood, gli tocca invecchiare sparando, naturalmente dalla parte del Bene, senza esagerare con le condanne a morte.

Michele Anselmi

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