Cinema e possessione. Spunti per salvare un sotto-genere all’impasse

L’uscita all’estero di Devil Seed spinge tutti gli appassionati del genere horror a interrogarsi sullo statuto di una delle declinazioni di questo modo di fare cinema, declinazione che non ha tanto a che fare con una caratteristica tecnica ma con un’affinità tematica: ha ancora senso fare film horror sugli esorcismi? E se ne ha uno, qual è? In effetti sembra che pellicole di questo genere (particolarmente fortunate in questo periodo – basti ricordare i recenti The Possession e L’altra faccia del diavolo) siano, nel complesso, piuttosto mediocri e ripetitive. E non avere elementi originali è quanto di più grave possa succedere, perché, specialmente nel caso di un lavoro di genere, comporta la paralisi assoluta da un punto di vista figurativo.

La situazione appare in tutta la sua problematica gravità se si considera che L’esorcista (1973) è probabilmente ancora oggi il film sull’argomento più visto e apprezzato. Questo ci suggerisce, in modo molto preoccupante, che nel giro di quarant’anni i tentativi fatti in questo campo siano stati pochi e mediamente inefficaci. Forse è possibile inscrivere questa crisi nella più ampia situazione in cui versa il cinema horror occidentale, salvato solo in parte da alcune brillanti prove di ambito francese.

Circa l’aspetto figurativo sembra evidente che il problema consista principalmente in un ormai stanco barocchismo di maniera. Ciò che in L’esorcista era soltanto accennato per circa i tre quarti del film, e poi fatto esplodere nella sequenza finale, nelle prove odierne viene sbandierato con un vuoto e triste autocompiacimento sin dal primo minuto. Inoltre, sebbene la casistica degli effetti della possessione si sia indubbiamente ampliata grazie anche allo sviluppo tecnologico, si nota non senza un certo rammarico una ripetizione decisamente troppo marcata dei medesimi procedimenti (da cui si è discostato solo in parte The Possession, probabilmente per la sceneggiatura a cui ha collaborato anche Sam Raimi?).

Un altro elemento di perplessità che si collega direttamente allo scarso contributo in termini di originalità di questi titoli deriva dalla riproposizione costante di uno stereotipo di genere che domina incontrastato su molto cinema americano. La domanda potrà sembrare banale, ma nessuno si è mai chiesto perché in questo genere di film non è mai un uomo ad essere posseduto (se non incidentalmente)? La cosa preoccupante è l’associazione donna-demonio che dovrebbe riportare con la mente a un periodo non troppo felice della Storia, quello della caccia alle streghe. È molto triste e significativo che nessuno abbia mai portato all’attenzione di chi fa questo genere di cinema una problematica simile: se opportunamente considerata, potrebbe quantomeno dare un elemento di originalità alle nuove produzioni che, siamo certi, non mancheranno.

Infine, non sembra peregrino segnalare che un’altra possibilità d’intervento fattuale per migliorare la qualità di un prodotto ormai così dimesso sarebbe quella di agire sulla matrice genealogica del film, mimando con opportuni interventi fisici sulla pellicola, gli effetti della possessione. Questo è già stato fatto da Peter Tscherkassky in Outer Space ma, trattandosi di un ambito di pura sperimentazione sulle potenzialità del linguaggio cinematografico (e di un film che si presenta comunque di difficile fruizione), l’iniziativa non ha avuto la giusta rilevanza. Probabilmente, tentare di applicare un’idea simile in un film di tipo commerciale, pur senza sfociare nella pura astrazione come sembra spesso accadere ai lavori del regista austriaco, potrebbe portare nuova linfa a un mondo cinematografico chiuso in se stesso.

Giuseppe Previtali

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