Premio Solinas. Il difficile mestiere del documentarista

Lo scorso venerdì, nel cuore del quartiere Trastevere a Roma, è stato assegnato il premio Solinas Miglior Documentario per il Cinema 2012, proprio due giorni dopo il lancio dell’edizione 2013. Il concorso è nato nel 2007 per promuovere e sviluppare il documentario di creazione cinematografica nella sua fase iniziale. L’intento era di dare a questo genere il giusto riconoscimento narrativo, scevro da un retaggio culturale che lo identificasse con il cortometraggio e privo di una immagine sulla quale riflettere, come se si trattasse di un pretesto per toccare temi sociali altrimenti ignorati.
Il Premio Solinas – afferma Gianfranco Pannone, uno degli ideatori del concorso – libera il documentario dall’idea di uno strumento estemporaneo che abbia uno sguardo esclusivo su tematiche ben precise e fortemente ideologiche, riuscendo a imporsi oggi con un approccio decisamente più cinematografico”.

In seguito a una prima selezione, sono stati decretati 9 finalisti tra i 58 progetti inviati. Tra i criteri di giudizio, maggiore importanza è stata data alle capacità di esprimere, attraverso la scrittura, libertà creativa, originalità stilistica, capacità innovativa e sperimentale. “Tengo a precisare che qualsiasi sia il verdetto, si tratta di un giudizio parziale che non esclude qualsivoglia opportunità in futuro”, ha esordito Pannone all’inizio del suo intervento, aggiungendo, inoltre, che già solo la partecipazione al concorso è di per sé un ottimo lasciapassare.

In collaborazione con Apollo 11, il Premio come Miglior Documentario per il Cinema 2012 di 8.000 euro è stato assegnato a Il partito preso delle cose (Sponde) di Irene Dionisio. A fare da sfondo a questo intenso e poetico racconto è l’isola di Lampedusa, ponte tra l’Italia e il Maghreb, cornice simbolo di un’amicizia epistolare che narra di una profonda umanità e di un passato irrisolto. La menzione speciale di 2.000 euro, invece, è stata consegnata a Felice D’Agostino e Arturo Lavorato con Ciò che non siamo ciò che non vogliamo (Ridateci la parola). La storia, ambientata nel periodo del Risorgimento, affronta la questione meridionale e la creazione dell’Unità d’Italia, in maniera tanto originale da sembrare, secondo la giuria, una messa in scena di matrice teatrale.

Cristina Piccino, membro del Comitato Scientifico, ha voluto ricordare quanto, oggi come oggi, sia fondamentale, quando si lavora sulle immagini, l’utilizzo di un linguaggio chiaro e semplice che faccia luce, in maniera inequivocabile, sulle intenzioni e le finalità dell’autore. La giuria, inoltre, ha voluto sottolineare “l’importanza del Premio Solinas che, per la sua fruibilità, avrebbe bisogno di un sostegno per il lavoro di ideazione, ricerca e sviluppo poetico/narrativo”.
A questo riguardo, la fondazione ha tentato di creare un’angolazione tra Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Istituto Luce e Cinecittà, per sostenere lo sviluppo dei progetti con una borsa di studio del valore di 100.000 euro. Purtroppo la richiesta è stata negata, ma resta la determinazione da parte degli organizzatori di dare spazio alla scrittura nella sua rappresentazione visiva. Infine Gianfranco Pannone, incoraggiando i giovani registi a non arrendersi mai di fronte a chi pensa che il loro sia un lavoro da ricchi, ha concluso la premiazione ricordando loro che: “non siamo solo artisti, ma facciamo un mestiere”.

Questi gli altri finalisti:

“5 lettere randagie” di Chiara Idrusa Scrimieri
“Free song (Redemption song)” di Cristina Mantis e Aboubakar Cissoko
“Il filmmaker (Storia di un filmmaker)” di Davide Rizzo e Marzia Toscano
“Il ritorno a casa” di Nicola Contini
“Joyce L (Loyce Lussu)” di Marcella Piccinini
“Non è una fuga (Senza di voi)” di Chiara Cremaschi e Carlo Cremaschi
“Stretto orizzonte (Ingorgo)” di Gaetano Crivaro

Stefania Scianni

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