Re della terra selvaggia. Hushpuppy contro la furia della natura

Re della terra selvaggia – da domani nelle sale – è il prototipo perfetto di film a cui tutti i cultori di cinema, o arte in generale, amano appassionarsi: una piccola e fortunosa produzione indipendente che, dopo aver raccolto premi nei festival di mezzo mondo – e consensi dalle personalità più disparate (compreso Barack Obama) – arriva a conquistare 4 tra le candidature di maggior prestigio agli ormai prossimi premi Oscar.

Frutto della collaborazione di un giovane regista esordiente e di una drammaturga ai più sconosciuta (rispettivamente Benh Zeitlin e Lucy Alibar), il film racconta la storia della piccola Hushpuppy, che cresce, allevata dal solo padre, all’interno di una località denominata “la grande vasca”. In questa zona paludosa e inospitale, una sorta di avamposto hippie ai confini del mondo civilizzato, un manipolo di persone sopravvive tentando di seguire le regole e di assecondare i capricci di una natura sfregiata dall’egoismo dell’uomo. La protagonista della storia, assieme alla comunità che l’ha allevata, dovrà trovare il modo di affrontare la furia di un violento uragano, nell’attesa dell’arrivo degli Aurochs, antiche figure mitologiche che tutto devastano e tutto travolgono nel corso del loro cammino.

La pellicola, distribuita in Italia dalla Bolero Film, vuole essere un apologo ecologista che, avvalendosi del punto di vista di una bambina di cinque anni, sceglie uno stile di racconto non lineare, in nome di una presunta poesia che, purtroppo, emerge con estrema fatica nel corso della storia e mal si coniuga alle reiterate immagini di miseria e devastazione di cui il film sovrabbonda. Le tante metafore scelte per descrivere il cammino di crescita di Hushpuppy confondono la narrazione, facendo di Re della terra selvaggia un’opera tanto viscerale nelle intenzioni quanto di difficile decifrazione. Complicato è, sopratutto, provare una qualche forma di empatia per la stramba comunità di personaggi di cui la sceneggiatura racconta le gesta: invece che eroici rappresentanti di una forma di vita più libera e romantica, assomigliano più a un manipolo di esaltati in perenne stato confusionale.

Quvenzhané Wallis, la più giovane candidata al premio Oscar nella storia degli Academy Awards, non recita, ma vive, con tutta la sua acerba fisicità, la parte di una bambina costretta a rinunciare, suo malgrado, ai legami a lei più cari, per divenire quel Re di fronte al quale anche la natura più ferale è costretta ad inchinarsi.

Marco Moraschinelli

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