Studio illegale. Fabio Volo, un avvocato poco del diavolo

L’angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su “il Secolo XIX”

Dicono “briffare” invece di riunione, alla maniera di Nicole Minetti, usano volentieri, anche con clienti italiani, locuzioni inglesi come “updated draft”, “due diligence”, “the head of terms”, sono veloci, scattanti, eleganti, abbastanza stressati, spesso molto ricchi, quasi sempre cinici, dediti a un sesso rapace che non lascia rimpianti. Sono gli avvocati del ramo diritto societario, almeno come li rappresenta “Studio illegale”, il film di Umberto Carteni con Fabio Volo, ispirato liberamente all’omonimo romanzo di Federico Baccomo, in arte Duchesne.

«Noi avvocati fondiamo la nostra vita sulla mancanza di fiducia degli altri» teorizza il rampante Andrea Campi, cioè Volo con baffetti, capelli lisciati all’indietro e completi attillati di sartoria. Figurarsi cosa può succedere se il suddetto professionista, specializzato in acquisizioni e speculazioni per conto di un grande studio milanese, si innamora di una collega francese della controparte, Emilie, tosta quanto lui nel trattare la vendita di una decotta industria farmaceutica presa di mira da una multinazionale di Dubai.

Il film è appena uscito in 350 copie, targato Warner Bros & Beppe Caschetto. E vedrete che, almeno nel mondo degli avvocati, sarà un successo. Perché il romanzo edito da Marsilio ha venduto 35 mila copie, perché il blog che l’ha originato pesca in una realtà diffusa ancorché poco commendevole, perché il mestiere di legale suscita un mix di invidia e rancore anche da noi. Poi certo, l’Italia non è l’America: dove la categoria continua ad essere tra le più detestate, nonostante il successo di infiniti film, serie tv e romanzi. Basta fare un giro sul web per assemblare centinaia di aforismi perfidi, alcuni dei quali rilanciati dallo stesso best-sellerista John Grisham, che sul genere legal-thriller e dintorni ha costruito una sorta di impero. Ecco tre esempi particolarmente coloriti. «Come si fa a sapere se un avvocato mente? Gli si muovono le labbra». Oppure: «Che differenza c’è tra una puttana e un avvocato? La puttana quando sei morto smette di fotterti». Infine: «Che cosa ottieni un avvocato con un diavolo dell’inferno? Due avvocati».

Sorride, al telefono, l’avvocato Claudia Julia Catalano, oggi assunta da una società cinematografica dopo qualche anno di libera professione. «Andrò a vedere “Studio illegale”, sono curiosa, alcuni colleghi mi hanno parlato bene del libro. Ma la mia esperienza dice che esiste un scollamento tra una certa immagine diffusa, fatta di ricchezza esibita, macchinoni e status-symbol, e la professione vera e propria». In che senso? «Siamo tanti, spesso sfruttati, molti di noi passano il loro tempo a inseguire clienti che non vogliono pagare le parcelle dovute» aggiunge la legale. La quale, tuttavia, non nega che il ramo financial banking, proprio quello descritto dal film in chiave satirica, possa rivelarsi molto redditizio. «Ma a costo di tirare fuori le unghie. È una selezione naturale, si sopravvive solo se sacrifichi la vita personale. Affetti, amori, passioni. Una mia amica, chiamata a Milano in un famoso studio, s’è ridotta a dormire in ufficio per la mole di lavoro. E devi sperare che prima o poi non arrivi il tagliatore di teste».

Oppure che lo stress non porti al suicidio. Come succede nell’incipit di “Studio illegale”, quando Andrea Campi trova il tettuccio della sua elegante utilitaria sfondato dal corpo del collega di stanza. Sciupafemmine impenitente, a un passo dal diventare socio del tronfio boss Sobreroni, interpretato da Ennio Fantastichini con lo sguardo rivolto per diretta ammissione a certi legali di Berlusconi, da Ghedini a Previti, il protagonista in realtà vorrebbe cambiare vita già all’inizio del film. «Mi piacerebbe fare qualcosa di più appagante, scrivere poesie, avere un sogno» confessa al timido praticante Tiziano salito da Roma (è Nicola Nocella, quasi un sosia di John Belushi). Ma poi gli affari hanno il sopravvento: la posta in gioco è troppo alta per lasciar spazio ai sentimentalismi. Segue sorpresa finale, con ambiguità incorporata e sguardo enigmatico rivolto alla cinepresa, sotto la Tour Eiffel.

Nel presentare il film prima di dedicarsi alle ultime due puntate di “Volo in diretta” su Raitre, l’attore scherza sui baffetti che s’è dovuto far crescere: «Tutta colpa di Brad Pitt. La moda ha preso piede a Milano in un certo mondo di professionisti tutti soldi e carriera». Volo non esclude qualche riferimento autobiografico, per la serie: «Non sono un attore che entra nel personaggio, semmai cerco di portare il personaggio verso di me». E tuttavia precisa: «Anch’io ho messo la vita professionale al centro della mia esistenza, ma senza farmi inaridire. Sarà perché faccio un lavoro creativo, fatto di un’emotività utile anche a indagare dentro me stesso». Accanto l’attrice francese Zoé Félix, che fa Emilie, sorride. Però non sapeva chi fosse Volo quando le proposero la parte.

Michele Anselmi

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