Quattro notti di uno straniero. L’elogio della fotografia

Statiche, silenziose, oscure e luminose sono le Quattro notti di uno straniero di Fabrizio Ferraro, un’opera conclusiva di un dittico iniziato con Penultimo Paesaggio. Un film di rottura del linguaggio cinematografico, prodotto da Boudu-Passepartout e co-prodotto da Fuori Orario, che recupera le origini della settima arte esaltando la fotografia e il suono.

La rilettura di Le notti bianche di Dostoevskij, cui la pellicola è ispirata, è affidata, rispetto alle altre trasposizioni cinematografiche, qui più alle immagini che alle parole. L’ossatura narrativa è, infatti, inalterata: nel film si racconta sempre la storia di due amanti soli che, con i loro volti pasoliniani, scavati e imbruttiti dalla mancanza di amore, si aspettano, si incontrano, si sfuggono e si ascoltano non già nella letteraria San Pietroburgo, ma in una Parigi insolita e poco immortalata dalle cartoline. La Parigi della Senna, dei barconi, dei sottopassaggi e delle luci delle automobili, dove le anime di Marco e Caterina passeggiano, cercano di incontrarsi e, quando si ascoltano, si fondono.

E, sebbene la pellicola, per un’efficace strategia promozionale, arrivi nelle sale proprio il 14 febbraio, distribuito da Boudu con una programmazione innovativa rivolta principalmente alla copertura delle città di provincia per accrescerne la visibilità, Quattro notti di uno straniero si distingue soprattutto per le drastiche scelte stilistiche.

Le lunghe dissolvenze in apertura con un bianco volto a ricreare una luce abbagliante in grado di contrastare l’oscurità delle notti parigine, le inquadrature statiche e fisse che variano dai tre ai dieci minuti, finendo a volte per essere davvero eccessive, la completa assenza di dialoghi – il primo, dopo circa trenta minuti, è un secco “Che cosa vuoi? Perché mi segui?”-, un suono, quando non prodotto dallo strumento del clavicordo, ossessivo, una fotografia caratterizzata da un bianco e nero sporco che riprende le luci delle pellicole della Nouvelle Vague e di alcuni film italiani degli anni Sessanta ambientati in periferia.

Quattro notti di uno straniero è essenzialmente un racconto intimistico, fotografico, lento, statico, costruito su immagini e quasi muto con l’uso anche di didascalie. Un film sulla luce, che, invece di esplorare le anime dei due amanti, vuole sperimentare e rinnovare il linguaggio cinematografico riportandolo alla sua totalità ottica.

Alessandra Alfonsi

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