Van Sant alla ricerca della “Terra promessa”

Promised Land porta la firma di Gus Van Sant (Belli e dannati, Will Hunting – Genio ribelle, Elephant, Milk), ma dietro alla pellicola s’intravedono le menti di Matt Damon e John Krasinski, i due più giovani protagonisti autori dello script. Dialoghi brillanti e ironici, attori solidi. Spiccano il veterano 87enne e candidato all’Oscar Hal Holbrook e una perfetta Frances McDormand – già premiata dalla dorata statuetta – nel ruolo di una manager ossuta, cinica e materna. Una provincia americana immensa e perduta, desolata e piatta, eppure bella a suo modo con i ponti in ferro, laghi e prati verdissimi.

Steve Butler (Damon) viene inviato nella cittadina rurale di McKinley insieme alla collega Sue Thomason (McDormand). La città è stata colpita duramente dalla crisi economica degli ultimi anni e i due consumati venditori sono convinti che gli abitanti accetteranno con grande sollievo l’offerta della loro azienda di acquisire i diritti di estrarre gas naturale dalle loro proprietà. Ma quello che sembra un lavoro facile diventa per i due un complesso rompicapo, sia sul fronte professionale, per la resistenza della comunità, sensibilizzata dal rispettato professor Frank Yates (Holbrook), sia sul piano personale a seguito dell’incontro di Steve con la giovane insegnante Alice. E quando in città arriva Dustin Noble (Krasinski), uno scaltro attivista impegnato per la tutela dell’ambiente, la posta in gioco si fa sempre più alta.

I rischi di contaminazione delle acque e del terreno ci sono, inutile negarlo – tra l’altro il film esce in un momento in cui si inizia a parlare di “fracking” (fratturazione delle rocce per liberare gas) anche in Italia. Ma la scelta per la popolazione locale è tra l’orgoglio per una terra ereditata dai padri che condanna a morire d’inedia, in zone rurali ormai strette nella morsa della crisi, e il miraggio di una ricchezza che talvolta può realizzarsi a caro prezzo. Il film sospende il giudizio. Ambientalisti vs. multinazionali: dove il gioco delle parti non sempre è ciò che sembra. Atmosfere alla Erin Brokovich senza la carica dirompente che aveva la pellicola di Soderbergh. Un film non completamente riuscito che resta quasi sospeso in una “no man’s land”. Ha il merito di portare all’attenzione del pubblico un tema forte, ma il finale buonista è troppo dolce per il palato.

Francesca Bani

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