Lincoln e quello che non sapevamo su progressisti e “elefantini”

Pubblicato su Il Fatto Quotidiano dell’11 febbraio

La pellicola di Spielberg su Lincoln, pur raccontando solo i suoi ultimi mesi di vita, è il tipico biopic, genere in cui gli americani sono imbattibili. Non è la prima volta che la figura di Lincoln stimola l’interesse di Hollywood. Nel 1940 “Abe Lincoln in Illinois”, tratto dall’opera teatrale di Robert Sherwood, venne diretto con successo da John Cromwell, con Raymond Massey nei panni del presidente, anche lui candidato all’Oscar. Nel 2010 è Robert Redford a dirigere “The Conspirator”, che racconta il processo sull’assassinio del presidente, in difesa di Mary Surratt, accusata di essere al centro del complotto, prima donna condannata a morte per impiccagione. Non poteva mancare, in tempi di esaltazione dei succhiasangue, “La leggenda del cacciatore di vampiri”, che fantastica sulle avventure di un giovane Lincoln in veste di cacciatori di vampiri.

Se il cinema ha dato, la televisione non è stata alla finestra. Dopo una prima miniserie, nel 1988 va in onda una seconda serie, tratta da un libro di Gore Vidal, piena di sviste ed errori, come ebbe a scrivere Richard Current, il più importante biografo del presidente. Quanto a errori anche Spielberg ne ha commesso almeno uno. E’ notizia di questi giorni la petizione di un congressman che ha chiesto al regista di cambiare la scena in cui due deputati democratici, all’epoca eletti in Connecticut, votano contro il 13° emendamento che aboliva la schiavitù. Grossolano errore. Infatti tutti i rappresentanti del Connecticut votarono in favore. C’è un ma in difesa dell’errore. A dispetto di quanto pensiamo oggi, ai tempi di Lincoln i ruoli dei due principali partiti, i repubblicani e i democratici erano diametralmente opposti. I repubblicani, da noi considerati biechi conservatori, rappresentavano le idee progressiste. Mentre i democratici occupavano i seggi dei conservatori, per lo più schierati a fianco degli schiavisti. L’etichetta di stato schiavista che il film attribuisce al Connecticut è palesemente ingiusta e potrebbe creare imbarazzo tra i votanti dell’Oscar. Non è un caso se Rotten Tomatoes, il sito che quota le recensioni dei film, attribuisce a “Lincoln” un 91% di critiche positive contro il 98% di “The Artist”, vincitore lo scorso anno.

Se vi interessa la mia opinione, penso che Spielberg porterà a casa più di una statuetta. La parabola di Lincoln colpisce per la somiglianza con il caso Kennedy. Come John Kennedy, Lincoln è vittima di un complotto. Anche qui l’assassino viene arrestato, ma solo per scoprire che non ha agito da solo. Come per Kennedy i giornali del tempo si divisero tra complottisti e negazionisti. E come per Kennedy gli storici rimangono tuttora incapaci di mettere la parola fine. Il cinema americano ha offerto di Lincoln un’immagine tendente all’agiografico, insistendo sulla dimensione eroica (l’uomo che chiude con lo schiavismo e per questo viene ucciso), tralasciando però i buchi neri che i biografi hanno invece messo in luce. Abilissimo oratore, fu accusato dai suoi detrattori di essere un politico cinico e autoritario, favorevole a sospendere le libertà civili e la segretezza del voto, oltre che responsabile di aver giustiziato gli oppositori, i pacifisti dell’epoca. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, apparteneva al partito repubblicano, fondato nel 1854 da una scissione del partito democratico. Tra i detrattori, i più accesi lo accusavano di appoggiare gli industriali del nord contro i latifondisti del sud (favorevoli allo schiavismo) per mere ragioni di opportunismo: conquistare le loro terre per sviluppare il capitalismo della nuova borghesia industriale. Su questo, il film di Spielberg non prende posizione, costruendo invece un personaggio motivato da solidi convincimenti morali. Grazie alla sua storia, il partito repubblicano odierno, pur non avendo nulla in comune con quello di allora, ostenta la qualifica di “partito di Lincoln”. Se ne beava anche Nixon mentre bombardava il Vietnam.

Super elogiato dal New York Times, che lo ha definito uno dei migliori film politici di sempre, l’impianto di Spielberg ricorda l’opera di Machiavelli. Il potere non ha ali candide, diceva Cremerius, l’allievo di Freud. E difatti anche Lincoln è pronto a tutto pur di raggiungere i propri scopi, inclusa la compravendita di voti, di cui noi italiani sappiamo qualcosa. Ci sono qui i classici ingredienti della cinematografia made in USA, per cui l’eroe è solo contro tutti e il male sembra prevalere sul bene, salvo affermare che morire per una giusta causa cambierà lo stato delle cose. Il che, ahimè, puntualmente non avvenne. La verità è che l’obiettivo primario di Lincoln era più la salvezza dell’Unione che l’abolizione dello schiavismo. E difatti nonostante la sua vittoria, i neri d’America resteranno pur sempre equiparati agli schiavi, se ancora nel 1955 una donna nera, Rosa Parks, verrà arrestata e carcerata per essersi andata a sedere su un bus in un posto riservato ai bianchi, diventando così, finalmente, il simbolo della riscossa afroamericana.

Roberto Faenza

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