Gangster Squad, quando il cine-cliché diverte

L’angolo di Michele Anselmi | Per Cinemonitor

Si lamenta un fan deluso sul sito Imdb.com: «It was a good story, but it is not so good on the screen. My advice is: don’t watch it! Save your money!». Insomma, avete capito: buona la storia, ma pessimo lo svolgimento, meglio risparmiare i soldi del biglietto. E tuttavia, nonostante i cliché che abbondano, direi quasi programmaticamente, “Gangster Squad” è un film curioso, stilizzato, fasullo quanto si vuole, a suo modo divertente. Dimenticare “Gli intoccabili” di Brian De Palma, “L.A. Confindential” di Curtis Hanson, “Scomodi omicidi” di Lee Tamahori e naturalmente la serie tv “The Boardwalk Empire” prodotta da Martin Scorsese; però, restando nel genere, si vede più volentieri del recente “Lawless” di John Hillcoat, nel senso che il gioco è scoperto, tutto esteriore, all’insegna di una nostalgia cinefila imbevuta di ferocia contemporanea, dentro una messa in scena da letteratura “hard boiled” di serie B.

Il film, diretto dal 34enne Ruben Fleischer di “Zombieland”, non è stato un successo in patria: appena 44 milioni di dollari al botteghino di fronte a un costo di circa 60. Magari funzionerà meglio nella vecchia Europa, o forse no; se non altro è stato girato a Los Angeles e dintorni e non in Bulgaria come “Dalia nera” di De Palma, ispirato al torvo romanzo di James Ellroy sprofondato nella Los Angeles di fine anni Quaranta. Esattamente come “Gangster Squad”, il cui titolo dice molto, se non tutto.

Di fronte allo strapotere del boss mafioso Mickey Cohen, ex pugile ebreo e killer micidiale arrivato da Chicago con l’idea di prendersi “la città degli angeli”, il capo della polizia William Parker decide di passare alle maniere forti. Come? Mettendo su una squadra di sbirri duri e puri capaci di sabotare i molteplici commerci del gangster, lavorando nell’ombra, senza distintivi, nella più totale impunità, alla maniera, appunto, degli “Intoccabili” contro Capone.
«Uno sbirro non in vendita è come un cane con la rabbia. Devi abbatterlo subito» annusa Cohen, reso sullo schermo con truce crudeltà da un Sean Penn con i connotati alquanto alterati (tre ore di make-up al giorno). A dirla tutta, un po’ somiglia al bisbetico Ruggero De Ceglie incarnato da Francesco Mandelli nei “Soliti idioti”, e quasi ti aspetti che prima o poi se ne esca con un«Dai, cazzooo!». Per fortuna non succede.

Club esclusivi e sobborghi popolari, la scritta Hollywoodland (più tardi ridotta a Hollywood) e bordelli tristi, whiskey a gò-gò e scommesse clandestine, femmine fatali e bravi mogli, funzionari onesti e giudici a libro paga, strizzatine d’occhio a Bugsy Siegel e a Lana Turner. C’è tutto quello che ci si aspetta da una gangster-story ambientata nel 1949, una roba da “scuola dei duri”, con tanto di riferimenti western che non guastano mai. Il più vecchio della squadra, infatti, porta baffoni, stivali da cowboy, cinturone e Colt 45 “old style”, ed è divertente scoprire che sia Robert Patrick, di solito ingaggiato per ruoli da arci-cattivo sin dai tempi di “Terminator”. Gli altri del team sono l’esperto tecnologico in “pulci” Giovanni Ribisi, il nero manesco Anthony Mackenzie, il dandy sciupafemmine Ryan Gosling, la scaltra recluta messicana Michael Peña, più il capo Josh Brolin nei panni del sergente John O’Mara: un rodomonte idealista che picchia e spara come fosse ancora in guerra con i nazisti, benché aspetti un figlio dalla saggia moglie. Non può mancare la pupa del gangster: sognava di sfondare nel cinema, invece insegna a Cohen le buone maniere a tavola; mentre il veterano Nick Nolte giganteggia nel ruolo di Parker, quasi rispecchiandosi, anche fisicamente, in Brolin (o viceversa?). Secondo copione, i “magnifici sei” all’inizio combinano qualche pasticcio, poi diventano amici per la pelle, assestano colpi duri agli affari del manigoldo ben ammanicato con la politica, infine si preparano allo showdown sanguinario: non tutti resteranno in piedi, ma almeno spediranno Cohen in galera ad Alcatraz (da dove però uscirà per morire libero, ucciso da un’ulcera, molti anni dopo).

Introdotto dal mitico marchio Warner Bros, “Gangster Squad” non sfodera grosse pretese drammaturgiche, le psicologie sono abbastanza spicciole, gli eventi seguono un percorso obbligato. Si vede, insomma, che gli interpreti si divertono più a “mascherarsi” che a recitare, come capitò alle giovane star del dittico western “Young Guns” sul finire degli anni Ottanta. L’idea è di “risuolare” il genere senza tante pretese, con l’occhio rivolto al pubblico giovanile, dentro una confezione smaltata e sfavillante, a suo modo post-moderna. Profondità di stile, zero; ma per passare due ore, non è male.

Michele Anselmi

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