Pinocchio. Fedeltà e varianza

Fedeltà e varianza. E’ il binomio semantico con cui analizzare Pinocchio, film d’animazione di Enzo d’Alò, presentato alle Giornate degli autori dell’ultima Venezia e nelle sale da ieri, distribuito in duecento copie da Lucky Red. Una variante animata ideata per raccontare la storia del burattino più letto nel mondo e resa unica dalla musica di Lucio Dalla e dalle illustrazioni di Lorenzo Mattotti.

La fedeltà a Le avventure di Pinocchio di Collodi, romanzo pedagogico, che vanta già molte traduzioni, interpretazioni, trasposizioni e analisi semiotiche nel campo dell’industria culturale (come il testo Le avventure di Pinocchio a cura di Isabella Pezzini e Paolo Fabbri, dove in un saggio sono analizzate proprio le illustrazioni di Mattotti ), è stata ricercata dallo stesso regista per realizzare il film che Collodi avrebbe voluto vedere. Rappresentata, in primis, dalle isotopie che connotano Pinocchio e i personaggi primari e secondari e poi dal ritorno del Pesce-cane, che nella versione disneyiana era stato sostituito dalla balena, e del Pescatore Verde, poco utilizzato e quasi sempre dimenticato nelle altre versioni precedenti e affidato, in questa, alla voce di Lucio Dalla, da lui molto amato.

D’Alò ha voluto però filmare una versione di Pinocchio mai vista prima e allora la varianza principale, che rende ineguagliabile questa pellicola, è la colonna sonora composta da Lucio Dalla per i bambini: un tessuto semplice e orecchiabile che alterna la musica colta e favolistica di Rossini a quella circense e felliniana di Rota.

Ma in questo Pinocchio sono presenti anche elementi di varianza sia dallo stesso testo collodiano che dalle precedenti trasposizioni cinematografiche, come quella televisiva di Comencini e quella disneyiana, per citare solo le più note, per un bisogno di attualizzare e contestualizzare la storia. Ed ecco allora che d’Alò sdogana il Paese dei Ballocchi rendendolo psichedelico e simile ad una Las Vegas con la musica sgargiante e dagli effetti caleidoscopici perché troppo anacronistica l’immagine del parco giochi come luogo punitivo, rispetto all’Ottocento, quando in Italia c’era un elevato tasso di alfabetizzazione e un bisogno di scolarizzazione.

Riabilita anche Lucignolo mostrandolo come un personaggio non negativo, ma simpatico, goliardico e livornese. Affida all’immagine iniziale e finale di un aquilone il filo conduttore visivo per inquadrare il rapporto tra padre e figlio e il suo ricordo personale. Ridimensiona invece il ruolo della fata turchina, che appare in pochi fotogrammi, e non come mamma, ma come fidanzatina di Pinocchio. Ed infine mostra una volpa donna e un gatto istrione.

Questa versione di Pinocchio è un lavoro artigianale di animazione che, amalgamando i colori della pittura giottesca per rappresentare i paesaggi, quelli vermeeriani per gli interni, quelli di Goya per i notturni e le geometrie della metafisica di De Chirico per gli spazi pubblici, parte da valori culturali europei e si avvicina alla poetica di animazione giapponese. Un film dedicato dagli autori a tutti i bambini.

Alessandra Alfonsi

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