Gambit. La mossa del falsario in salsa Coen

L’angolo di Michele Anselmi | Per Cinemonitor

Avete voglia di ridere al cinema? Andate a vedete “Gambit”. Più rigenerante delle commedie italiote travestite da favole disneyane, ossia quel bidone del “Principe abusivo”; non fosse altro perché porta, alla voce sceneggiatura, la firma dei fratelli Coen, mentre in cabina di regia si muove il funzionale Michael Hoffman. Il titolo non suona nuovo? In effetti, esiste un “Gambit” del 1966, diretto da Ronald Neame, protagonisti Michael Caine, Shirley MacLaine ed Herbert Lom. Questo nuovo “Gambit” non è un remake in senso stretto, cambiano le situazioni, gli ambienti e le psicologie, diciamo che accadono molte più cose in meno tempo, dentro un mix ben shakerato di comicità british e vitalismo western. Un classico: del resto inglesi e americani non sono forse due popoli divisi dalla stessa lingua? Per questo consigliamo caldamente di vedere la versione originale sottotitolata. L’edizione italiana, per quanto ben doppiata, annulla disgraziatamente il gioco degli accenti e delle inflessioni, e non è una perdita da poco. I titoli di testa a cartoni animati, tipo “Pantera rosa”, spiegano già molto, forse troppo, anche se il copione dei Coen si diverte subito a pasticciare con gli eventi, grazie a un “rewind” inatteso che annulla una sorta di accelerazione fantastica e riporta i personaggi coi piedi per terra.

“Gambit” sta per “gambetto”, una mossa degli scacchi in base alla quale uno dei due giocatori sacrifica strategicamente qualche pedina nella fase iniziale per approfittarne in seguito. Ma si può dire anche piano o stratagemma. Sempre che funzioni. Non sembra andare così per Harry Deane, ovvero Colin Firth: un esperto d’arte, elegante e imbranato insieme, pure molto squattrinato, che orchestra una stangata ai danni dell’arrogante e avido collezionista Lionel Shabandar, ovvero Alan Rickman al suo meglio. C’è di mezzo un quadro celebre: uno dei magnifici “Pagliai” (o “Covoni”) dell’impressionista Monet. Il facoltoso lord soffiò a un collega giapponese, per 11 milioni di sterline, il primo della serie; e adesso è disposto a tutto, anche a sborsare 12 milioni, per avere il secondo, con i pagliai nella luce del tramonto. Deane lo sa, sicché, d’accordo con uno stagionato falsario già maggiore dei fucilieri in Africa, ingaggia una bella ed esuberante cowgirl texana, di nome P.J., ossia Cameron Diaz, affinché si finga nipote di uno scomparso soldato americano che si impossessò del Monet durante la Seconda guerra mondiale. Piano ardito, destinato per buona parte dei 90 minuti di film a non marciare perfettamente, anzi il contrario, in un rincorrersi di incespichi buffi, crudeltà da ricchi e astuzie sessuali. E tuttavia…

La forza del film, svelto e spiritoso, intinto nella più classica imperturbabilità english, con una punta di goliardia yankee, sta forse nella prova di Colin Firth: dopo “Il discorso del re” aveva voglia di misurarsi con un personaggio da commedia, e bisogna riconoscere che l’attore è perfetto nel ruolo di Deane, l’umiliato perenne, nonché romantico trattenuto, capace di prendersi quanto gli spetta con un colpo di genio. Rickman, sin dai tempi di “Robin Hood” di Kevin Costner, s’è specializzato in ruoli da cattivo eccentrico e insopportabile, troppo sicuro del potere dei soldi per non commettere qualche passo falso; il redivivo Tom Courtenay è un “maggiore” di amabile misura; mentre Cameron Diaz conserva il musetto carino e la verve ruspante di sempre, ma dovrebbe smettere di dimagrire in cerca della “tartaruga” perfetta. Che fine hanno fatto le sue amabili tette?

Michele Anselmi

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