Texas Chainsaw 3D. Quando la porta dovrebbe rimanere chiusa

A quasi quarant’anni dall’uscita del primo episodio (datato 1974), sarà nelle sale da giovedì 28 febbraio Non aprite quella porta 3D di John Luessenhop, settimo episodio della saga inaugurata da Tobe Hopper che, grazie al suo film sul massacro del Texas era riuscito a creare un vero e proprio caso cinematografico, un’opera che era riuscita a guadagnare svariate volte il ridottissimo budget utilizzato per le riprese. The Texas Chainsaw Massacre è stato il capostipite di una nuova famiglia di slasher, quella – appunto – che vede come protagonista Leatherface, minorato mentale che, cresciuto da una famiglia di spostati, uccide a colpi di motosega i malcapitati di turno.

È bene precisare sin da subito che già il film del ’74 non brillava per l’originalità del dettato filmico e riusciva a salvarsi sostanzialmente per le ambientazioni ben fatte, che conferivano al tutto un’aria estremamente malsana e pericolosa (la casa, il macello etc.), cosa che le successive rivisitazioni hanno avuto la saggia idea di conservare. Tutto questo sparisce completamente in Non aprite quella porta 3D, che lava via senza pensarci troppo tutto ciò che poteva contribuire a salvarlo. I risultati, quindi, sono veramente sconfortanti.

Il primo elemento che vale la pena di notare infatti sono proprio gli ambienti, edulcorati e spogliati della loro carica terrosa, bruna, a tratti decisamente sporca e maleodorante. In sostituzione abbiamo una bella casa arredata con gusto e un Leatherface che, conquistata d’un tratto l’urbanitas che gli è sempre mancata, vive in uno stanzino in fondo alla dispensa dei vini. La cosa però non dovrebbe stupire eccessivamente chi si ritiene letterato nel mondo del cinema horror perché potrà facilmente ricordare che anche Hostel 3 e REC 3: Genesis hanno mostrato un’analoga (e spiacevole) tendenza alla neutralizzazione dei lati più spigolosi delle ambientazioni. Il che non sarebbe certo un problema se gli ambienti non fossero uno degli elementi di punta di queste produzioni nel meccanismo della paura.

Un altro elemento di rottura, ancora una volta fortemente inefficace, è l’uscita di Leatherface dal suo ambiente naturale: armato della canonica motosega si darà – con la poca grazia che lo contraddistingue – a inseguire la protagonista (sorprendentemente non bionda) in un luna park, con una citazione forse un po’ troppo evidente dell’assalto di Jason alla festa del raccolto in Freddy vs. Jason. Anche questo ci porta inesorabilmente a dubitare che il regista abbia fatto i compiti a casa, guardando i precedenti film della saga. Il terzo e ultimo elemento che vale la pena di sottolineare è la “conversione” del mostro, su cui non si spenderanno molte parole per evitare di rovinare il finale a chi volesse investire i suoi risparmi in questo film, limitandosi a sottolineare ancora una volta che questo meccanismo appare già in atto – seppure con diverse modalità – in REC 3.

Se a tutti questi dettagli si sommano alcune trovate che sinceramente non hanno altro senso che quello di ossequiare passivamente altri film del genere (l’incendio alla casa è un’evidente citazione di Nightmare e nel Luna Park esce, dalla casa degli orrori, un uomo vestito come il Jigsaw di Saw), il lavoro di Luessenhop appare un enorme calderone di errori e sviste di vario genere. Sostanzialmente un film che potrebbe essere la pietra tombale del mostro creato nei primi anni Settanta (il che ci dovrebbe portare a riflettere sul fatto che i personaggi spesso non muoiono fisicamente, ma sono uccisi dall’incapacità dei loro registi). Ma, avendo un’idea di come funzioni l’industria dei film horror di genere, con la sua follia di continuare saghe con episodi senza nerbo, non resta che dire “al prossimo remake”.

Giuseppe Previtali

Lascia un commento