Un amore di nazione: l’immagine americana sul grande schermo

Va detto: se c’è una cosa da invidiare al popolo statunitense è l’attaccamento viscerale per la propria cultura e per tutto ciò che ha significato. Attaccamento che spesso si traduce in amore per il cinema, mezzo utilizzato per raccontare quei momenti che hanno segnato le grandi svolte decisive nel proprio trascorso storico. Questo accade anche in altri paesi – persino in quest’Italia che vede appassire i valori fondamentali ogni giorno di più – anche se in maniera sicuramente meno massiccia, il che è dovuto anche alla differenza di numero di film prodotti ogni anno: gli Stati Uniti possono, infatti, vantare un mercato cinematografico talmente vasto e tanto ricco di generi da potersi permettere di sfornare più pellicole ad alto budget che celebrino la loro storia.

Ma non si tratta solo di celebrare la storia di un Paese, piuttosto di mantenere l’attenzione su temi che rimangono scottanti o che vanno a scaldare gli animi. L’ultima edizione degli Academy Awards ne è un chiaro esempio, con ben tre film in concorso che la dicono lunga sull’argomento. Tra i favoriti spiccavano per l’appunto il kolossal Lincoln (che non ha sbancato come molti si aspettavano), l’ennesima introspezione sui marines impegnati nella cattura di Osama Bin Laden in Zero Dark Thirty dal punto di vista della già premiata Kathryn Bigelow (che vinse l’Oscar con l’affine The Hurt Locker) e la peculiare vicenda mediorientale che coinvolse la C.I.A. e sei ostaggi americani nell’Iran del 1980 narrata attraverso la suggestiva regia dell’Argo di Ben Affleck. Tre titoli diversi tra loro ma accomunati da uno stesso obiettivo: ravvivare la coscienza civica e politica, l’interesse per quello che sta accadendo o che è accaduto.

Certamente  non tutti i film di questo tipo godono di una così infervorante passione di scrittura e regia, spesso ci si perde nei meandri dell’autoreferenzialità, sconfinando anche nel nazionalismo più sfrenato o in un eccesso di faziosità politica. Per fare un esempio di film ad alto contenuto politico – seppur subliminale – Zack Snyder, considerato genio visivo da molti, creatore di giocattoloni travestiti con raffinatezza da altri, fu accusato di aver infarcito il suo 300 di vergognosi riferimenti filo-repubblicani, guerrafondai e molto vicini alla filosofia dell’allora presidente George Bush Jr. Ecco un caso affascinante, in cui non è il film di matrice politica a fare scuola, ma quello pseudo-storico che usa lo stesso meccanismo, indottrinando – a detta di alcuni – il pubblico ignaro. Quel che è certo è che nel corso degli anni molti sono stati i film che hanno saputo risvegliare le coscienze del popolo statunitense, basti pensare a Jarhead, a World Trade Center o a pellicole che ci riportano secoli addietro, talvolta denunciando violenze e soprusi del passato, come nel caso di Amistad, o focalizzandosi su tempi più recenti e sulle lotte per la libertà, come accade in Malcolm X. Una cosa è certa: per quanto la differenza produttiva possa certamente costituire un notevole discrimine, qualche presa di coscienza cinematografica in più non farebbe male al Bel Paese.

Victor Laszlo

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