Tomas Milian, 80 anni non solo da Monnezza

L’angolo di Michele Anselmi | Per Cinemonitor

C’è chi titolerà «Er Monnezza compie 80 anni». In fondo c’è del vero. Tomas Milian, al secolo Tomás Quintín Rodríguez Varona Y Milian, cubano, figlio di un generale incarcerato per essersi opposto al primo golpe del dittatore Fulgencio Batista, deve molto al commissario Nico Giraldi, l’esuberante protagonista di tanti film anni Settanta cresciuti sulla scia dei cosiddetti poliziotteschi con Mario Merli, ma con una tonalità comico-farsesca in più. Monnezza fu lo sviluppo logico, dalla parte onesta della legge, di quel “Trucido” nato come bieco malvivente e deforme. Merito del turpiloquio? In parte sì, pure della voce romanesca di Ferruccio Amendola, il quale, tra un De Niro e un Pacino, si divertiva a doppiare in un giorno quei filmetti di enorme impatto commerciale.

Milian racconta così come cominciò. «Fu durante un film di Stelvio Massi, mi pare, nel 1973 o 1974. Giravamo una scena stupida, troppo stupida: il “Gobbo” faceva fare il pieno da un benzinaio e andava via senza pagare. Allora m’inventai una rima cretina che giocava col nome del benzinaio. “La Pira Galeazzo, ‘n c’ho ‘na lira, t’attacchi ar cazzo!”. Il regista protestò: ma sei matto? Invece, quando il film uscì la battutaccia suscitò un boato d’applausi».
Dunque, sì: Monnezza domani compie 80 anni. Ma per quanto Milian abbia potuto coccolare quel personaggio, da lui cesellato in ogni dettaglio fisico e gestuale tranne che per la voce, il commissario Nico Giraldi non riassume del tutto l’attore nato il 3 marzo 1933. Anzi.

Tomas Milian, cubano fino al midollo, benché sul finire del 1956, scappato come esule da L’Avana, abbia frequentato l’Actors Studio di Lee Strasberg cibandosi delle teorie di Stanislavski e imparando l’inglese, resta un attore ben più complesso e tormentato, anche versatile, camaleontico, come ha dimostrato in tutta la sua carriera, fatta di quasi 110 film, più tv, teatro e musica. Sciupafemmine impenitente, con adolescenza da enfant gaté a Cuba e pragmatica maturazione interclassista a New York, Milian deve il suo debutto italiano, sul finire degli anni Cinquanta, all’occhio, forse non del tutto disinteressato, di due registi omosessuali come Franco Zeffirelli e Mauro Bolognini. Infatti nel suo primo film, “La notte brava”, soggetto di Pasolini, incarna un insinuante seduttore gay.

Lavoro, certo. Del resto già nel 1964 Tomas Milian sposa a Roma Margherita Rita Valetti, da cui avrà l’unico figlio, Tommaso, anche lui per un po’ attore. Sarà l’inizio di una carriera fatta di alti e bassi, di contratti d’oro con Cristaldi e rovesci economici, di droga e debiti ma anche di rigeneranti viaggi in India, di cinema d’autore e cinema popolare: Maselli, Bolognini, Cavani, Antonioni, Bertolucci da un lato, Corbucci (Bruno), Fulci, Massi, Lucidi, Petroni dall’altro. Fino al ritorno negli Usa, nella seconda metà degli anni Ottanta, pronto a ripartire da capo, sottoponendosi a quei provini detti in gergo “cattle call”, ossia convocazione della mandria.

Più tardi, dopo qualche comparsata in serie tv e recite in teatri “off Broadway”, l’avremmo applaudito in film hollywoodiani come “Revenge” di Tony Scott, “JFK” di Oliver Stone, “Havana” di Sydney Pollack, soprattutto “Traffic” di Steven Soderbergh. Ingrassato, pelato, con baffoni minacciosi, in parti da cattivo irredimibile, perlopiù messicani.
Un godimento per un trasformista del suo calibro, uno che ha sempre amato mascherarsi, quasi ossessivamente, che facesse il peone “Cuchillo” nei western italiani tipo “Tepepa” e “Corri uomo corri” o appunto il trucidone borgataro dalle due parti della legge. Tornato a vivere a Miami, ma con l’idea di farsi seppellire a Roma quando verrà il suo tempo, Tomas Milian oggi sfodera una magrezza aristocratica che fa il paio con la folta barba bianca. Una foto del 2009 lo ritrae, con bastone e basco nero, mentre gira nella capitale una serie tv di Giuseppe Ferrara, “C’era la malavita”, ancora inedita. Interpreta un ex poliziotto in pensione, piuttosto equivoco, che di nome fa Brigante. L’eterno gioco dei contrari.

Magari non sarà un ruolo indimenticabile. Di sicuro io non potrò dimenticare, perché scritta nera su bianco, la dedica che vergò su un libro di fotografie: “Muri”, edito da Lerici nel 1982. Si legge: «Per Michele, non “l’indifferente”. Grazie, Tomas 31 -1- 83». Si chiamava Michele il personaggio moraviano da lui interpretato nel film “Gli indifferenti” di Maselli; e l’analogia gli venne spontanea dopo un incontro gentile che sfociò in una lunga intervista. Fu nel piccolo villaggio indiano di Prasanthi Nilayam che Milian, ormai in fuga da tutti e tutto, aveva cominciato a fotografare muri, a distanza ravvicinata, quasi a coglierne, in chiave astratta, densità materica e cromatismi inattesi. Composizioni autonome più vicine alla pittura che alla fotografia. Muri di tre continenti e cinque città, inclusa l’amata Roma, che restituiscono un’immagine inedita dell’attore, sconosciuta ai più.

L’intervista avvenne in un ristorante cinese: Milian si presentò al naturale, senza parrucca, barba, tuta da ginnastica e sciarpa colorata tipiche del Monnezza. Aveva appena finito di girare una commedia con Bud Spencer, “Cane e gatto”, dove era un certo Tony Roma, variopinto italo-anglo-paraguaiano sbarcato a Miami in cerca di celebrità. Sullo schermo parlava finalmente con la sua voce, infatti commercialmente fu un disastro. Gli chiesi perché avesse chiuso con Monnezza. Replicò: «Non per le parolacce. Non per sciocco moralismo. In fondo era normale che un povero cristo borgataro parlasse così. È successo qualcosa di diverso: mi sono accorto che non cercavo più di entrare nel personaggio, era lui che entrava in me. Bevevo tanto, troppo, per essere più romano dei romani, arrivavo sul set completamente sbronzo. Lo so, è un po’ ridicolo, ma io desideravo che la gente non restasse delusa, che mi amasse come Monnezza». Perché? «Perché non sono come sembro».

Michele Anselmi

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