Educazione internazionale. L’Italia e il film da esportazione

L’angolo di Michele Anselmi | Da “il Misfatto”

Naturalmente ogni parere è lecito, guai a fare i direttori artistici dei gusti altrui. Però certe esagerazioni fanno un po’ sorridere. Gianni Canova, conversando con Gabriele Salvatores per Skycinema, ha chiuso l’incontro ringraziando il regista di “Educazione siberiana” «per aver girato un film che parla al cervello, agli occhi e al cuore» (seguivano, in chiave promozionale, i primi cinque minuti del presunto capolavoro). Giacomo Ferrari, su “Libero”, prende spunto dal medesimo film per sfottere «quei provinciali con la puzza al naso di Fellini, Monicelli e Comencini» che non adottavano l’inglese, e pure Gassman, Sordi e Manfredi, «diventati big parlando con l’accento romanesco»; a differenza, appunto, di Salvatores, finalmente convertitosi «alla lingua di Shakespeare come da decenni è la regola per chiunque vada a fare affari nel mondo».

Sarebbe l’uovo di Colombo, la strada maestra per «tornare prepotentemente sul mercato internazionale dopo decenni di emarginazione». Ne discende che “Educazione siberiana” vivrà «un general release di qua e soprattutto al di là dell’oceano». Fosse così semplice inventare storie capaci di varcare la frontiera, “da esportazione”. Non basta l’inglese, se l’effetto ha il sapore colloso del cinema “euro-pudding”, per dire di quei film – se ne sono fatti, eccome, negli anni Novanta e Duemila – diretti da un regista italiano e recitati in inglese da attori britannici, americani, tedeschi, francesi o slavi. Poi è vero: per decenni Bud Spencer e Terence Hill, da noi doppiati da Glauco Onorato e Pino Locchi, hanno girato i loro western e polizieschi in inglese.

Insomma, la lingua non basta. “This Must Be the Place” di Paolo Sorrentino, con una star del calibro di Sean Penn, ha incassato al box-office nord-americano 142.242 dollari in tutto, al 16 dicembre 2012. Si svolgeva tra Irlanda e Stati Uniti, l’andamento on the road funzionava, l’inglese degli attori era perfetto, però il film non è piaciuto. Purtroppo, perché era bello. Di contro “Io sono l’amore” di Luca Guadagnino, parlato in italiano, addirittura facendo imparare il nostro idioma alla duttile Tilda Swinton, ha superato i 5 milioni di dollari negli Usa. La lingua deve adattarsi alle trame, agli ambienti, alle facce. E spesso neanche l’inglese serve a far vendere un film. Gira ancora la storiella, autentica, di quel produttore hollywoodiano al quale mostrarono, affinché la comprasse, una commedia italiana recitata in inglese. Sapere come andò a finire? Gliela dovettero sottotitolare, s’intende in inglese, perché potesse farsi un’opinione decente.

Michele Anselmi 

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