Just Like a Woman, donne in fuga senza Dylan

L’angolo di Michele Anselmi | Per Cinemonitor

Volendo, potremmo chiamarlo “Nuovo cinema 8 marzo”. Non dev’essere una coincidenza se giovedì 7 marzo, alla vigilia della Festa della donna, escono ben sei film in chiave di orgoglio femminile. Cambiano toni, registri, nazionalità e ambientazioni, non tutti sono di prima qualità, anzi tutt’altro; e tuttavia, a mo’ di caleidoscopio sociologico, il mazzo di cine-mimose offre un campionario bizzarro di storie muliebri, in bilico tra rivolta e dignità, fuga e riscossa, scandalo e amicizia.

I titoli? “La cuoca del presidente” del francese Christian Vincent, “Amiche da morire” dell’italiana Giorgia Farina, “Il lato positivo” dell’americano David O. Russell, “Ci vuole un gran fisico” dell’italiana Sophie Chiarello, “Spring Breakers – Una vacanza da sballo” dell’americano Harmony Korine, “Just Like A Woman” dell’algerino Rachid Bouchareb. L’ordine non è di gradimento estetico o personale, del resto chi scrive non appartiene a quello che una volta veniva definito “il gentil sesso” o, peggio, “il sesso debole”. A vedere questi film, le donne protagonista appaiono tutt’altro che fragili o sottomesse, semmai pronte a farsi valere, anche partendo da situazioni di oggettivo svantaggio, sfoderando fantasia e grinta, persino un’inattesa vocazione criminale sexy-glamour. O, meno scandalosamente, una solidarietà classica, che trascende le differenze culturali, religiose, razziali, sfociando in un’amicizia forgiata nel viaggio.

È il caso di “Just Like Woman”, che l’algerino Bouchareb, reduce dal controverso ma non brutto “Uomini senza legge”, ha girato in digitale, a basso costo, con troupe leggera, tra Chicago e Santa Fe, coinvolgendo nell’impresa due attrici emergenti di notevole bellezza: l’americana Sienna Miller (“The Girl”) e l’iraniana Golshifeth Farahami (“About Elly”).
Nei panni della wasp Marilyn e della musulmana Mona, le due trentenni squattrinate fuggono dalle loro vite tumefatte e infelici, un po’ alla maniera delle più agée Thelma & Louise, ma senza gli esiti tragici del film di Ridley Scott. La bionda, emancipata e rabbiosa, ha un marito frustrato che la cornifica, e come se non bastasse è stata appena licenziata dal lavoro di centralinista. La mora, umiliata dalla suocera tiranna che le rimprovera di non aver ancora dato un figlio al prediletto Mourad, è un passo dalla crisi di nervi e un pasticcio con le medicine dell’anziana donna peggiorerà le cose provocando un’indagine della polizia. Dunque, meglio cambiare aria.

“Just Like Woman”, appena 84 minuti, è una tenera storia “on the road” imperniata su questa strana coppia di donne, unita dal comune amore per la danza del ventre. A cavallo di una Saab rossa decappottabile, Marilyn e Mona scappano dalle rispettive esistenze col vento nei capelli e la voglia di non farsi più umiliare. Locali malfamati per tirare su qualche centone, albe fiammeggianti, maschi traditori o pavidi, impresari sessuomani, qualcosa di “Alice non abita più qui” del primo Scorsese, famigliole bianche in caravan intrise di razzismo e solidali indiani Navajo della riserva. Il film di viaggio, debitore solo nel titolo alla celebre canzone di Bob Dylan “Just Like A Woman”, sfodera un retrogusto amarognolo che bilancia nell’epilogo aperto la linearità prevedibile dell’incontro multiculturale favorito dalla sensuale danza. A suo modo perfetto per l’8 marzo. L’italiana Minerva Pictures è coinvolta, a sorpresa, nell’operazione coproduttiva.

Michele Anselmi

Lascia un commento