La cuoca del Presidente. I piatti forti di Madame Hortense

“Maccaroni, m’hai provato e io ti distruggo. Io me te magno”. Se per Alberto Sordi il cibo italiano è dapprima rinnegato e disprezzato, come robba da carrettieri, in difesa delle sue origini di americano del Kansas City, ma poi ingurgitato avidamente nella scena cult di Un americano a Roma, per i quattro amici diretti da Marco Ferreri, nel film italo-francese La grande abbuffata, una simbolica, esagerata, meccanica, soffocante e deleteria fagocitazione. Sofisticato, ricercato e consolidante per lo chef del Cafè Anglais di Il pranzo di Babette, ma fonte di divertenti baruffe per il cuoco e il cameriere dell’episodio Hostaria, filmato da Ettore Scola in I nuovi  mostri.

Di scene, come queste, legate al cibo, il cinema offre molti spunti ed esempi. E anche la pellicola La cuoca del Presidente di Christian Vincent, in uscita nelle sale il 7 marzo, è incentrata sul tema, raccontando la storia di Danièle Delpeuch, sullo schermo Hortense Laborie: una semplice e raffinata cuoca francese diventata responsabile della cucina del Presidente Mitterrand. Dal Perigord all’Eliseo, Hortense, ignara delle sofisticate tecnologie, delle battute a doppio senso e degli intrighi di potere delle cucine del palazzo, sarà al servizio del Presidente per deliziarlo con una cucina – come quella di sua nonna – che sappia rappresentare il meglio della Francia.

Sebbene l’intento del regista e dello sceneggiatore, accumunati dalla stessa passione per l’arte culinaria, sia trasmettere i piaceri del cibo (soprattutto di quello di nazionalità francese), il film si rivela insipido, proprio per usare un aggettivo del linguaggio culinario. Non bastano l’elencazione delle ricette, alcune veramente ghiotte, come il menu del Presidente, che contempla la Chaudrèe charentaise, e le soggettive sui cibi preparati, estremamente rapide, come il brodo di midollo di bue e l’aragosta, a far appassionare ed emozionare. Proprio l’assenza di scene legate alla cura, all’attenzione e all’estro, che contraddistinguono la preparazione e i ripieni dei cibi, la focalizzazione invece sulle vicende che si dipanano nelle cucine dell’Eliseo, così come i flashback e flashforward sulla vita di Hortense danno alla pellicola un altro taglio, decisamente diverso da quello voluto dagli autori. Manca quella lentezza e delicatezza con cui Babette preparava il brodo di tartaruga o la velocità, ugualmente sofisticata e appassionante, di un altro “cuoco” francese come il popolare topolino Remi di Ratatouille.

L’unico riverbero empatico, e decisamente culinario, è affidato alla scena del Presidente che entra per la prima volta nella cucina. E qui, con lentezza e delicatezza, la macchina da presa si sofferma e indugia, con primi piani, sulla preparazione di una semplice bruschetta condita con olio d’oliva e crema di tartufo nero e accompagnata da un grand ballon di vino rosso. Indugi e soggettive che, proprio grazie alla loro lentezza, hanno quel potere di riscattare, ed insaporire, l’intero film.

Alessandra Alfonsi

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