Preti pedofili, un film squarcia il silenzio della Chiesa

L’angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su “il Secolo XIX”

La frase risuona fragorosa, come scolpita nel marmo, in “Mea maxima culpa. Silenzio nella casa di Dio”. Dice: «Dal 2001 ogni singolo caso di abuso sessuale è passato per Ratzinger. Lui ha tutti i dati». Aveva i dati, l’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della Chiesa e futuro papa Benedetto XVI, ma non parlò, o forse parlò a bassa voce, in modo che la magistratura non sentisse. La controprova viene, del resto, dai fatti di pedofilia riguardanti la Diocesi savonese, ben noti ai lettori del “Secolo XIX”, che inchiodano il comportamento di Don Nello Giraudo. Farà rumore, anche se nel frattempo un nuovo pontefice regnerà a San Pietro, il film-reportage del regista americano Alex Gibney, già premio Oscar per “Taxi to the Dark Side”. «Una narrazione ferma e risoluta dei fatti, che mescola giornalismo investigativo e ritmo cinematografico» ha scritto “The New York Times”. «Un documentario di grande lucidità al quale il Vaticano dovrebbe rispondere» insiste “The Observer”. Vedremo se le gerarchie ecclesiastiche lo faranno. A occhio non succederà: per imbarazzo, per diplomazia, o forse perché, a partire dal discusso cardinale Roger Mahony, in molti tra i porporati ritengono che la Chiesa «abbia rimediato e alla fine eliminato il flagello», peraltro a lungo derubricato a «debolezza morale».

Non la pensa così Gibney, che sarà a Roma il 18 marzo per presentare il suo “J’accuse” in un incontro pubblico nel quale risponderà alle domande dei vaticanisti Marco Politi e Robert Mickens. La sera anteprima nazionale a Firenze. Il 20 “Mea maxima culpa” verrà proiettato in una quindicina di città italiane: Milano, Bologna, Torino, Parma, Udine, Pordenone e altre (si spera anche a Genova). Per un solo giorno, purtroppo. Ad aprile, però, si potrà trovare il dvd in libreria, distribuito da Feltrinelli Real Cinema. Non è il primo documentario sul tema e non sarà l’ultimo; e d’altro canto anche il cinema “di finzione” non ha mai smesso di narrare, sia pure con registri diversi, vicende legate alla piaga della pedofilia o degli abusi sessuali commessi da sacerdoti. Da “Pianese Nunzio 14 anni a maggio” del nostro Antonio Capuano a “La mala educación” dello spagnolo Pedro Almodóvar, solo per fare due esempi tra i tanti. E a non dire delle serie tv, per lo più americane. Tuttavia sarà meglio non sbuffare. Guai a lasciarsi sfuggire commenti del tipo: «Ancora?». Sì, ancora. La ferita sanguina sempre, lo shock emotivo spesso resiste al passare degli anni, segnando la vita delle vittime, un tempo bambini o adolescenti, oggi uomini maturi.

“Mea maxima culpa”, prodotto da Content e Hbo, ricostruisce alcuni dei più atroci casi di pedofilia – in realtà sono tutti atroci – che hanno coinvolto la Chiesa negli ultimi decenni, partendo da uno scandalo tenuto a lungo sotto silenzio. Negli anni Sessanta più di duecento ragazzini furono molestati e violentati da padre Lawrence Murphy tra le mura della St. John’s School per sordomuti, a Milwaukee, nel Wisconsin. Si deve a quattro di quei bambini, oggi adulti, se i fatti vergognosi sono venuti alla luce. «Lui dava la benedizione e subito dopo mi diceva di togliermi i pantaloni» rievoca uno degli sventurati intervistati da Gibney. Il quale si sposta poi in Europa, in Irlanda, per denunciare la storia di padre Tony Walsh, pedofilo seriale che adescava ragazzini ai funerali. Infine l’Italia: per documentare gli abusi commessi tra le mura dell’istituto Provolo di Verona. Ancora sordomuti. Accumulando testimonianze, carte, deposizioni, ritagli e filmati d’epoca, Gibney tesse un mosaico di prove incontrovertibili su una pratica criminale – altro che «disordine sessuale» o «condotta inappropriata», come si sono giustificati in tanti – consumata tra le pareti di istituti religiosi cattolici. Purtroppo con la complice omertà delle gerarchie vaticane.

Michele Anselmi

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