Remake, reboot e altre scappatoie horror

Il remake è una pratica di lungo corso che ha sempre giocato un ruolo centrale nel cinema horror. Come lo stesso Rob Zombie ha detto più di una volta, se non esistessero i remake probabilmente staremmo ancora guardando il Dracula con Bela Lugosi o il Frankenstein con Boris Karloff; tra seguiti, rifacimenti e quant’altro, l’horror è stato rimpolpato negli anni fino ad arrivare ad un punto critico in cui le idee si sono quasi totalmente esaurite. Il come e il perché si sia arrivati a sfruttare tanto selvaggiamente uno dei generi più creativi del cinema sarebbe troppo lungo da spiegare, ma il declino si è certamente acuito negli ultimi anni. Non a caso abbiamo assistito alla riapertura di brand storici come Non aprite quella porta (cui si va ad aggiungere proprio in questi giorni l’ennesima versione in 3D che ne riscrive in parte le origini), Nightmare, in cui è stato completamente stravolto il personaggio di Freddy Krueger, stavolta interpretato da un ben più serio ed inquietante Jackie Earle Haley, Venerdì 13, contro cui è stato perpetrato un vero e proprio massacro cinematografico, e la lista potrebbe continuare.

Ma qui il discorso si complica ulteriormente: molti tra i film citati non sono seguiti o veri e propri remake, bensì rappresentano quella che è diventata l’ancora di salvataggio di registi e produttori, il reboot, ovvero la riscrittura totale delle origini di una saga che in parte desidera creare un appiglio di originalità. Se è vero che il remake è sempre servito per ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo, proponendo spesso la solita minestra riscaldata con personaggi già noti al grande pubblico, il reboot – che se possibile è diventato ancora più abusato del suo cugino obsoleto, con cui ora viene anche mescolato, ottenendo miscugli improbabili e indefinibili – garantisce un ritorno all’originalità, come è stato per il pregevole Halloween – L’inizio di Rob Zombie, che si è divertito a rimaneggiare un personaggio ormai penetrato nell’immaginario collettivo come Michael Meyers.

Il caso di Zombie insegna come remake e reboot possano essere strumenti molto utili se usati con sapienza e tecnica, per non parlare di un altro espediente molto più raffinato ed utilizzato da pochissimi cineasti che dimostrano una grande passione verso il genere: la citazione di un mood. Lo stesso Zombie con alcuni dei suoi lavori più ispirati quali La casa dei mille corpi e La casa del diavolo o, più di recente, Joss Whedon, con la sceneggiatura di Quella casa nel bosco, sono riusciti a realizzare pellicole che ricalcano i fasti del cinema horror sporco e crudele degli anni ’70 e ’80, di quella originalità che si è via via dissipata in favore di un pubblico troppo giovane e decisamente più desensibilizzato, fino ad arrivare ad un tale tasso di violenza gratuita e tanto priva di provocazione da annichilirsi e perdere ogni significato, persino dal punto di vista dell’intrattenimento.

Victor Laszlo

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