Il figlio dell’altra. La speranza oltre il muro

Due madri in lacrime. Due madri in lacrime mentre teneramente si guardano e scoprono per la prima volta, tenendo e accarezzando tra le mani piccole istantanee di vita, i volti dei loro rispettivi figli biologici. E’ la scena più commovente e toccante di Il figlio dell’altra di Lorraine Lèvy, in sala dal 14 marzo. Presentata fuori concorso all’ultima edizione del Torino Film Festival, questa pellicola è un gioiello cinematografico sullo scambio di identità biologiche, legate a diverse realtà socio-culturali. Partendo da un fatto di cronaca – lo scambio di neonati avvenuto in alcuni ospedali durante i bombardamenti in Cisgiordania -, Lorraine Lèvy, con garbo e sottile ironia, affronta la scoperta di una nuova realtà inquadrandola nella cornice, più profonda e complessa, del conflitto israelo-palestinese.

Il figlio dell’altra è, infatti, un film storico e politico che vuole contribuire a dare una risposta alla risoluzione della polveriera in Medio Oriente affidandola alle donne e alle nuove generazioni: alla reazione, materna e tenera, delle madri, che accolgono e amano, sin da subito, il nuovo figlio senza trascurare quello finora cresciuto, e all’apertura, fraterna e solidale, di Joseph e Yacine, che si accettano e si riconoscono subito come fratelli. Senza ipocrisie e senza prendere posizioni ideologiche nette, la regista di origini ebraiche ha costruito questo racconto, coinvolgente e di un elevato livello narrativo, avvalendosi delle voci di due padri spirituali, lo scrittore arabo Yasmina Khadra e quello israeliano Amos Oz, e dei volti giovani e pacifici dell’israeliano Joseph – che ascolta i Led Zeppelin, i Beatles e i Rolling Stones ma ha le sembianze fisiche di Bob Dylan – e dell’ordinato ed elegante palestinese Yacine.

Il finale aperto, giocato sullo scambio e sulla sovrapposizione della voce di Yacine al volto di Joseph, cela, ma non troppo, il messaggio di speranza del film sul superamento delle molte barriere, issate da muri ideologici. Non ancora distribuito in Medio Oriente, il film, infatti, come ha riferito la regista in conferenza stampa, è stato ben accolto dagli israeliani e dai palestinesi per il rispetto riservato a entrambi.

Alessandra Alfonsi

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