Canova e gli “analfabeti iconici”. Ma se sbagliasse bersaglio?

L’angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su “il Secolo XIX”

Beh, l’accusa è di quelle che lasciano (dovrebbero lasciare) il segno. «Analfabetismo iconico», col rinforzo di quattro aggettivi peggiorativi: «cronico, diffuso, capillare, pervasivo». Ne sono affetti, secondo il professore Gianni Canova, docente all’università Iulm, volto noto di Sky Cinema, saggista, critico e direttore della rivista “8 ½”, i giovani italiani fino ai vent’anni. E anche dopo. Lo proverebbero alcuni sondaggi pubblicati dai primi due numeri del colto mensile finanziato da Istituto Luce-Cinecittà, Anica e Direzione cinema del ministero.
State a sentire. «Il questionario che pubblichiamo è sconfortante: la maggior parte dei ragazzi italiani ad alto tasso di alfabetizzazione (iscritti cioè al primo anno di università) non è in grado di riconoscere alcuni capolavori assoluti della storia del cinema» ammonisce Canova. Il quale, parafrasando ciò che Pasolini fece dire a Orson Welles ne “La ricotta” del 1963, rincara così: «Dobbiamo ammetterlo senza infingimenti: siamo il Paese a più alto tasso di analfabetismo iconico di tutto l’Occidente».

Le prove a carico? Gli studenti che hanno compilato i questionari sulla “conoscenza filmica”, ovvero 217 su 250 coinvolti, non ne hanno azzeccata una, o quasi. Preponderante la percentuale delle risposte in bianco, poche le repliche giuste. Per far capire il tenore dei quiz. «Un padre, un figlio e un corvo a zonzo nel brullo paesaggio della campagna romana». In 6 sono risaliti a “Uccellacci e uccellini” di Pasolini. «Una giovane donna scompare durante una crociera alle isole Eolie. Gli amici che erano con lei reagiscono in modo diverso alla sua misteriosa sparizione». Solo in 2 hanno beccato “L’avventura” di Antonioni. In 46, invece, hanno identificato “Ultimo tango a Parigi” di Bertolucci, descritto così: «Una ragazza ha una turbolenta relazione sessuale con un uomo più anziano di lei in un appartamento vuoto in rue Jules Verne a Parigi”.
Ci si chiede, con tutto il rispetto, se abbia senso elaborare sondaggi del genere in forma di domandine. Canova non ha dubbi: «In tutto il mondo occidentale il cinema si studia nelle scuole, fa parte del patrimonio culturale condiviso, diventa momento di crescita (…). Da noi no: noi siamo ancora lì a trastullarci con Ugo Foscolo e Giosuè Carducci e con un’idea della cultura elitaria, appassita e incartapecorita». Risultato? Bisogna introdurre a scuola, e presto, la “media literacy”, ossia l’educazione ai mass-media.

Verrebbe da replicare come il pigro ma svelto liceale di una gustosa commedia di Francesco Bruni: «Scialla!». Trattasi, ricorderete, di slang romano giovanile, significa stai sereno, rilàssati, non te la prendere, un po’ l’equivalente dell’inglese «take it easy». D’accordo, gli adolescenti hanno una conoscenza vaga, se non inesistente, del glorioso cinema italiano che fu. Sono purtroppo cresciuti senza vedere i film di Fellini, Visconti, Antonioni, De Sica; forse neppure le commedie di Scola, Monicelli e Risi dicono loro granché. Ma è anche vero che siamo il Paese dove gli speaker dei tg nazionali pronunciano all’inglese la locuzione latina sine die, trasformandola in “sain dai”; dove tanti giornalisti scrivono ancora po’ con l’accento e qual è con l’apostrofo; dove i parlamentari Scilipoti e Razzi giganteggiano come sovrani dello strafalcione.
Canova, invece, si scandalizza se un universitario al primo anno non riconosce “La dolce vita”, “Hollywood Party” o “L’angelo sterminatore” da quel riassunto di trama. Naturalmente un secondo sondaggio effettuato da “8 ½” su 120 matricole milanesi ha confermato la diagnosi: messi di fronte a volti d’attori del passato e del presente, i ragazzi hanno riconosciuto Keira Knightley, Tim Roth e Colin Firth ma non Alida Valli, Amedeo Nazzari e Massimo Girotti.

L’apocalittica previsione del docente, sintetizzata nella frase «ogni ulteriore rinvio sarebbe non solo colpevole ma catastrofico», non è apprezzata da tutti. Proprio sul sito del mensile sono fioccate repliche ironiche. «In tutto il mondo occidentale il cinema si studia nelle scuole? Sorry, ma non è vero. Vi assicuro che in Irlanda il cinema non si studia di default, e c’è molta ignoranza sulla storia del cinema» chiarisce Arianna.
«Il contenuto dell’articolo, così come le fesserie che Pasolini metteva in bocca a Welles, è in linea con il tipico autolesionismo italiota. Invito Canova a dare un’occhiata al vecchio documentario di Jean-Luc Godard “Due volte cinquant’anni di cinema francese”. In quest’ambito tutto il mondo è paese: la presunta alfabetizzazione filmica del francese-medio è una balla colossale, ne sanno tanto quanto noi» controbatte Kronos.

Concordano invece con Canova il regista Roberto Faenza e il professore Giovanni Spagnoletti. «L’incultura di un Paese che lascia il sapere in fondo alla scala genera un’ignoranza ben peggiore dell’insipienza audiovisiva, rimediamo in basso e ripareremo anche in alto» scandisce il primo al “Secolo XIX”. Mentre il secondo: «L’educazione all’immagine è fondamentale, il cinema deve entrare a scuola, al pari della letteratura e della storia dell’arte. Non dico di fare corsi sul neorealismo al liceo, è sbagliato demonizzare i giovani. Ma conoscere Fellini e Visconti, accanto a Foscolo e Alfieri, mi pare una cosa ragionevole, no?».
A occhio gli studenti ignorano tutti e quattro. C’è da dolersene, e tuttavia non sarà imponendo in classe i capolavori del cinema in bianco e nero che sarà debellato «l’analfabetismo iconico» di cui si lamenta Canova. Il quale, tanto per dirne una, quando c’è da invitare qualche volto noto alla Iulm poi predilige Checco Zalone, Fausto Brizzi, Fabio De Luigi o Leonardo Pieraccioni. Ah, la conoscenza filmica…

Michele Anselmi

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