Bisio presidente per caso: e tutto finisce in farsa

L’angolo di Michele Anselmi | Per Cinemonitor

«Una commedia leggera come una piuma». Se lo dice da solo Riccardo Milani, regista di “Benvenuto Presidente!”, nelle sale da giovedì 21 marzo. Il timing dell’uscita conta molto, ma chissà se poi porta gente al cinema. Il 15 febbraio, a dieci giorni delle elezioni finite come si sa, debuttò “Viva la libertà” di Robertò Andò, storia di un demotivato segretario del Pd e del fratello gemello, un geniale depresso bipolare, che lo sostituisce. Adesso, mentre Giorgio Napolitano si prepara alle ardue consultazioni prima di lasciare (salvo sorprese) il Quirinale, tocca, appunto, a “Benvenuto presidente!”.

Un’altra commedia vagamente “bipolare”, ma forse sarebbe meglio dire farsa con incipit da favola, sull’identità nazionale che vacilla e la confusione che regna sovrana, naturalmente meno intellettuale, essendo di scena Claudio Bisio al posto del doppio Toni Servillo. In verità, il soggetto di Nicola Giuliano, pure produttore per la Indigo insieme a Francesca Cima, fu proposto prima a Roberto Benigni e poi Carlo Verdone. Ma non se ne fece nulla.
La speranza, custodita da Raicinema che distribuisce in 400 copie, è di ripetere il miracolo del “Principe abusivo”. Nel caso in questione, abusivo è il presidente. Anche se bisogna intendersi sul concetto dopo lo “tsunami” provocato dall’irrompere del Movimento 5 Stelle sulla scena politica, mentre Napolitano confessa di muoversi in una fitta nebbia. La stessa dalla quale arriva, non metaforicamente, il protagonista. Tal Giuseppe Garibaldi, detto Peppino, amabile ometto della Val di Susa, divorziato con figlio trentenne furbacchione, che adora pescare carpe, chiacchierare al bar con gli amici e non disdegna il lavoro, benché da precario, in biblioteca.
Perché proprio lui, un tipico signor nessuno? A Roma l’elezione del nuovo capo dello Stato registra un mortifero stallo, non si trova l’accordo alla Camera. «Dobbiamo dare un segnale forte alla destra. Votiamo un simbolo dell’Italia unita» suggerisce il piemontese falso e cortese Cesare Bocci. «Un nome a cazzo?» fa eco il cinicaccio romano Massimo Popolizio, d’accordo con il siciliano scafatissimo Giuseppe Fiorello. La scelta cade su Garibaldi, solo che un Garibaldi sopra i 50 anni, eleggibile, esiste davvero, ha il faccione di Bisio e a quel punto la frittata è fatta. Votazione valida, non si può annullare, sicché il fortunato poveraccio si ritrova sul Colle (in realtà siamo a Venaria, Piemonte).
Non proprio una novità al cinema, se non fosse che il successo elettorale di Beppe Grillo sembra rispecchiarsi nella “filosofia” del film, scritto e riscritto da Fabio Bonifacci – l’onnipresente Bonifacci – con l’occhio all’impetuosa crescita dei cosiddetti grillini. Per il resto, da “Mr. Smith va a Washington” a “Dave. Presidente per un giorno”, Hollywood ha volentieri svariato sul tema. Chi non ricorda, per dire, la memorabile battuta di Robin Williams nel recente “L’uomo dell’anno”? «I politici sono come i pannolini, vanno cambiati spesso e per lo stesso motivo» teorizzava nella commedia di Barry Levinson il conduttore di talk-show che si ritrova per miracolo alla Casa Bianca e ci prende gusto.

Un po’ quanto accade al gioviale Garibaldi, anima semplice ma dotata di buon senso, che sbriciola i protocolli quirinalizi, pattina e corre vestito da bersagliere per gli austeri saloni, alla fine facendo innamorare di sé l’affascinante vice segretario generale Kasia Smutniak, che sembra gelida, inappuntabile, invece custodisce un cuore rock-hippy alla Janis Joplin nonché una bizzarra tendenza a dare schiaffoni a letto.
Naturalmente i tre suddetti politici di mestiere prima si illudono di mettersi in saccoccia il presidente spingendolo alle dimissioni, poi, al fine di sputtanarlo, assoldano un vecchio pescecane dei servizi segreti ricolmo di dossier compromettenti. Però il Candido pescatore non cede al “fango” mediatico, secondo copione: rifiuta lo stipendio da 239 mila euro all’anno, professa rigore assoluto, stringe patti economici con Cina e Brasile, si traveste da clown per far sorridere i bambini malati, non raccomanda il figlio ambizioso, prefigura la consultazione diretta del popolo, arriva a un passo dallo sciogliere le Camere. Un sogno o un incubo? Dipende dai punti di vista.
Il guaio di “Benvenuto presidente!” è che vuole farsi amare troppo e subito dal pubblico. Non c’è ambiguità nella progressione drammaturgica, il grottesco non sfodera le qualità visive di “Qualunquemente”; sappiamo solo che Garibaldi non reggerà sette anni al Quirinale, appunto perché è un abusivo di successo, e pur sempre uomo, quindi con qualche scheletrino nell’armadio. Ma chi non ce l’ha in Italia? «I disonesti sono sempre gli altri? Ma gli altri chi?» sentiamo moraleggiare nel sottofinale, una volta che Peppino ha dato la scossa al Paese.
Bisio è Bisio: si è fatto cucire il copione addosso e naturalmente suscita simpatia nel suo agire, da “marziano”, dentro le 1.200 stanze del Quirinale o anche fuori, in pizzeria senza scorta, dove teorizza agli avventori stupefatti che le leggi devono essere semplici e chiare, come le parole della politica.
Più prevedibile che scombinato, con inutili cadute nella comica finale, “Benvenuto Presidente!” sfodera un cast affollato di buoni attori, anche se l’idea più azzeccata riguarda i volti chiamati, in amicizia, a incarnare i cosiddetti Poteri Forti riuniti a tavola: i registi Pupi Avati e Lina Wetmüller, i critici Steve Della Casa e Gianni Rondolino. Una gag in linea con il tono farsesco del tutto, del resto sintetizzato dal manifesto: Bisio dietro la scrivania presidenziale, la parte sopra in giacca e cravatta, la parte sotto in mutande, gambe nude e ciabatte tricolori. Esattamente come il politico corrotto/scandaloso Michele Placido nella locandina di “Viva l’Italia!”. Un po’ di fantasia mai?

Michele Anselmi

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