Bergamo Film Meeting. Alla ricerca di un senso

Erano sette i film in concorso alla trentunesima edizione del Bergamo Film Meeting, sette pellicole provenienti dalle più diverse aree del mondo che, con una attenzione, a volte, spiccata per le problematiche locali, si rivelano nonostante ciò portatrici di valori generali che trascendono le particolarità geo-politicamente referenziate. Una mostra concorso, quella del festival, che sembra aver messo a problema la tematica della ricerca, intesa come modalità di individuazione di un proprio posto nel mondo. La ricerca di dare un senso alla propria esistenza è carica di lirismo drammatico in Chaika e diventa pretesto di un viaggio in Mobile Home. Sotto la patina decostruttiva di alcuni di questi titoli si nasconde una forte inquietudine che sembra scuotere nel profondo le nostre certezze e i nostri luoghi comuni. Così Le monde nous appartient è un grande grido alla mancanza di significato dell’esistenza, così come Shifting the Blame rivela l’impossibilità del perdono. Il grande pregio di questa mostra è stato quindi quello di aver problematizzato in maniera intelligente e tutto sommato mai scontata alcuni aspetti cruciali della contemporaneità, presentandoli con una veste esteticamente gradevole e, generalmente parlando, di buona qualità. Vale la pena ora di spendere qualche parola su ciascuno dei film presentati, per mostrarne pregi e difetti.

Rock the Casbah (Y.Horowitz): pellicola israeliana che si concentra sul dramma della guerra del 1989 nella striscia di Gaza, mostrando come eventi di tale gravità scuotano nel profondo l’inconscio individuale e collettivo. Un film interessante, forse minato da un occhio registico che spesso guarda gli eventi con un’ironia non troppo giustificata.

Luck, and Take Care of Each Other (J.Sjorgen): l’incontro fra un anziano che vive nei suoi ricordi e una ragazzina ribelle che odia i suoi genitori, uniti nel ricordo di una donna scomparsa e nella ricerca di un senso. Una pellicola svedese assolutamente eccelsa per quel che riguarda qualità delle immagini e montaggio, ma certamente non al riparo da una certa aneddotica narrativa.

Shifting the Blame (L.G. Lotz): l’incontro fra una vittima e il suo aggressore, pentitosi, può portare alla riconciliazione? Elementi antisociali come i criminali possono essere reinseriti all’interno del consorzio umano? Sono queste le problematiche di un film che partendo da un’idea di base tutto sommato interessante, non si distingue in particolare e spesso ricade in sequenze piuttosto prevedibili.

Shameless (F. Marckzewski): sullo sfondo di una società dove un gruppo fascistoide compie a grandi passi la sua scalata al potere a danno dell’etnia gitana, un giovane ragazzo viene consumato dalla passione proibita per la sorella. Pellicola polacca che, pur non esorbitando da una generale accettabilità complessiva, trova la propria forza nell’essere riuscita a sfuggire dalla banalità del contesto narrativo, concentrandosi su un micro-cosmo interessante e problematizzante come quello della storia incestuosa fra fratello e sorella.

Le monde nous appartient (S. Streker): senza dubbio il film che nel festival raggiunge il livello qualitativo più alto. La composizione figurativa, il montaggio ricercato e l’organizzazione dei piani temporali e diegetici rendono questo lavoro un perfetto punto d’incontro fra sperimentalismo estetico e intelligibilità da parte dello spettatore.

Mobile Home (F. Pirot): un viaggio insieme per fuggire dalla propria vita, senza pensare a nulla, tagliando ogni legame. Il film di Pirot sembra voler costruire una grande critica ai road-movie americani così tipici dei film per adolescenti, e in effetti mette due ragazzi come protagonisti del suo lavoro. Si percepisce anche una nota drammatica che rende il tutto meno scontato, come tipico del cinema europeo quando vuole rileggere i generi d’oltreoceano. Ma il risultato finale è tutt’altro che convincente.

Chaika (M. A. Jimenez): una prostituta e un marinaio si incontrano su una nave cargo. Lei è incinta. A posteriori, il figlio ormai cresciuto ricostruisce i ricordi sparsi della madre fuggita e compone un affresco frammentario ma poeticamente bellissimo della propria infanzia. Un film complesso e importante, che fonde la piacevolezza visiva con la solidità narrativa, arrivando a mettere in discussione la dimensione stessa del viaggio, perennemente sospesa fra quella fisica (del passato) e quella mentale (del presente).

Giuseppe Previtali

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