Kadosh/La sposa promessa. Uno sguardo sulla coppia nelle comunità ebraiche orotdosse

Kadosh (Sacro), film del 1999 di Amos Gitai, e La sposa promessa (Riempire il vuoto dice il titolo originale), opera prima della regista Rama Burshtein, sono due storie raccontate da registi di provenienza israelita, che ci pongono di fronte le realtà  estremiste delle comunità ultraortodosse di Gerusalemme (i cosiddetti haredim), le abitudini, i riti, le regole, lo stile di vita che tali gruppi comunitari conservano in maniera estremamente rigida. Anche all’interno dei vari gruppi ultraortodossi, le tendenze politiche e religiose risultano diverse fra loro: vi sono i gruppi antisionisti con base a Meah Shearim (che significa “Il centuplo”), i quali non accettano l’idea dell’esistenza di Israele come stato ebraico, in quanto credono che la Diaspora possa aver fine solo con l’avvento del Messia; essi, non parlano l’ebraico, considerata lingua sacra, ma l’yiddish. Vi sono poi i gruppi ultraortodossi nazionali, che accettano Israele come stato ebraico e che, oltre ad imporre norme religiose, tentano di convertire i laici.

Le regole sociali a cui devono attenersi gli haredim vanno da quelle di un abbigliamento modesto al dedicarsi interamente allo studio dei testi sacri per gli uomini e al provvedere al lavoro e al sostentamento della famiglia per le donne; essi possiedono anche una linea speciale di bus, specifica per loro ultraortodossi chiamata meahdrin: qui, le donne, hanno il diritto di sedere solo sui sedili ad esse riservati, quelli posteriori.

Al Muro del pianto la preghiera delle donne deve essere praticata in silenzio  e non è permesso leggere la Thorà, così come ci viene mostrato nel film di Gitai. Le strade, così come a sprazzi vediamo soprattutto in Kadosh, si riducono a vicoli sporchi e a malapena asfaltati, dove i muri ricoperti di manifesti ricordano alle donne ciò che a loro non è permesso; passano lunghe ore a studiare i testi sacri dell’Antico Testamento, invece, gli chassidim (la parola deriva dall’ebraico chesed, gentilezza, e chassid, pio), seguaci del movimento religioso a carattere mistico che si oppone al formalismo talmudico, con i loro grandi cappelli neri, talvolta di pelliccia, le lunghe barbe scure, i pesanti pastrani e i lunghi peyot (riccioli) ai lati del viso.

I matrimoni vengono imposti in età precoce e le famiglie sono numerosissime; ogni momento della giornata, qualsiasi azione che riguarda il lavoro, l’igiene, il riposo, è accompagnato dalle regole della Torah e si svolge attraverso rituali sacri. Gli stranieri rappresentano motivo di disturbo, i cambiamenti non sono ben accetti. E’ in questa dimensione sociale che i due film dei registi israeliti intessono le loro storie, e sebbene entrambe ruotino attorno alla tematica del matrimonio, lo affrontano in maniera e con modalità diverse;  in Kadosh, nel quartiere di Mea Shearim, Rivka e Meir, innamoratissimi, sono sposati da dieci anni ma non hanno figli; la sorella di Rivka, Malka, innamorata di Yaakov che non fa parte della comunità, viene costretta dal rabbino a sposare Yossef. Lo stesso rabbino costringe anche Meir a ripudiare Rivka, seppure egli la ami e sebbene non sia lei la causa della sterilità della coppia, e a sposare un’altra donna per garantire la discendenza; sia Rivka che Malka subiranno quindi per la loro vita le scelte della comunità di cui fanno parte, ma mentre Rivka si chiuderà nell’estrema solitudine e nel dolore fino a morirne, la sorella reagirà ribellandosi e allontanandosi dalla città.

Gitai descrive la storia con estrema crudeltà, attraverso scene particolarmente forti e violente che non concedono nessun tipo di clemenza verso i maschi della comunità; i rituali vengono descritti minuziosamente, dai bagni purificatori delle donne, al rito delle vestizioni e delle preghiere giornaliere per gli uomini: il film si apre con le preghiere mattutine di Meir (“Sii benedetto Dio eterno che non mi hai fatto nascere donna”), fino all’allacciamento dei tsitsit e dei tefillin.

La regia dedica una particolare attenzione anche ai volti delle due donne: l’energia espressiva di entrambe le protagoniste completa indubbiamente il già difficile e doloroso percorso che esse si trovano ad intraprendere. Con questo film Gitai conclude la trilogia dedicata ad Israele attraverso l’analisi di tre città così diverse tra di loro: da Tel Aviv nel primo Devarim del ’95 a Giorno per giorno del ’98 dedicato ad Haifa, fino a Gerusalemme in Kadosh del 1999.

La sposa promessa, presentato all’ultima edizione del Festival di Venezia e per il quale la protagonista femminile Hadas Yaron si è aggiudicata la Coppa Volpi come miglior attrice, è la storia di una giovane donna, Shira, alla quale, inizialmente, viene prefissato colui che sarà il suo sposo. Un imprevisto doloroso per lei e la famiglia cambieranno il suo destino: la sorella Esther morirà dando alla luce suo figlio e la madre delle due donne cercherà in tutti i modi di convincere Shira ad unirsi al cognato rimasto vedovo Yochay, proprio per non farlo allontanare da Israele portando con sé il piccolo e unendosi ad un’altra donna.

Il racconto si snoda all’interno di una comunità chassidica e nel periodo di Purim, la festa delle sorti, con riferimento alle “sorti” tirate da Aman, primo ministro del re Serse, per poter stabilire in quale giorno si dovessero massacrare gli ebrei che abitavano il suo territorio: una ragazza ebrea, Esther, riuscì a convincerlo a fermare lo sterminio, ed è per questo che Purim è occasione di lunghi festeggiamenti. E’ in questo frangente che il rabbino ascolta i problemi di ogni membro della comunità, elargisce soldi e consigli.

Le donne sono impegnate a vedere unicamente sia il matrimonio che la maternità come gli unici scopi della loro vita; la coppia, la famiglia, sono il primo nucleo in cui Dio dona la sua benedizione. Il matrimonio è inteso come un’Alleanza tra due esseri viventi, metafora dell’alleanza instaurata da Dio col popolo di Israele : le donne sposate, a differenza delle nubili, indossano lo sheitel in testa quale sigillo sponsale.

Ma nel film di Rama Burshtein (che appartiene, tra l’altro, alla stessa comunità ebraica ultraortodossa), la realtà chassidica non è vista e vissuta esclusivamente nel dolore e nella sofferenza; il momento del rito, la circoncisione, la preghiera con il suo caratteristico shokelin, il dondolio del corpo, vengono rappresentati come momenti di intenso significato per l’aderenza e il riconoscimento del singolo alla comunità.

Se in Kadosh non esiste alcuna possibilità di scelta, in La sposa promessa Shira non viene costretta a sposare Yochai, per quanto la madre insista perché il matrimonio abbia luogo; più volte la giovane viene invitata a riflettere e a scegliere per il suo futuro. Qui appaiono anche i sentimenti che appartengono alla sfera della gioia: essa è una delle caratteristiche della vita degli chassid, proprio perché tutto ciò che procura gioia racchiude un valore religioso.

Gli interni rappresentati nel film ci raccontano la vita di una classe ebraica agiata, con la sensazione per chi guarda di trovarsi in un’epoca che non sia quella contemporanea; stanze silenziose o nelle quali si parla sottovoce, antichi arredamenti e suppellettili, atmosfere soffuse e ovattate, ambienti chiusi dove la vita si svolge lontano ed estranea al mondo circostante. E l’idea dell’estraneità da quel mondo è ancora maggiormente sottolineata in quelle poche scene girate in esterno dove, in contrasto, appare un mondo fatto di rumori, di auto che viaggiano, di telefoni che squillano.

Tutto, comunque, sembra abbia un unico fine: rendere felice la comunità e le sue regole e, ancora di più, compiacere Dio. Dice il rabbino a Shira: “Beato chi, in tutta la propria vita, dice una parola di verità al Signore”. Nella scena finale, quando Shira decide di unirsi in matrimonio a Yochai, la telecamera insiste nella ripresa di lei che, vestita di bianco e nell’attesa di congiungersi al suo sposo, prega e piange, piange e prega, in uno shokelin straziante che ci induce inevitabilmente a porci la domanda se questo è ciò che veramente desiderasse; è questa la scena forse più intensa di tutto il film.

Onorina Collaceto

Lascia un commento