Mea Maxima Culpa: il silenzio della Chiesa

Habemus Papam. La croce di ferro, la mozzetta bianca, la preghiera del Padre Nostro, il viso bonario e la semplicità delle parole. Ecco Papa Francesco: Jorge Mario Bergoglio. Il pastore, il gesuita dal nome francescano, il papa argentino venuto da lontano per riscattare l’immagine della Chiesa, purificarla e liberarla dal male.

Esce a pochi giorni dalla proclamazione del nuovo Papa Mea Maxima Culpa: silenzio nella casa di Dio del regista Premio Oscar Alex Gibney. Un documentario d’inchiesta sugli abusi sessuali commessi da alcuni preti e occultati dalla Chiesa nella persona dell’allora Cardinale Joseph Ratzinger, massimo informatore dei fatti, nel rispetto di una norma del diritto canonico.

Le denuncie, scioccanti e dure, sono affidate alle voci silenziose di Terry Kohut, Gay Smith, Artur Budzinks e Bob Bolger: quattro coraggiosi sordomuti che da bambini subirono violenze nella scuola St. John’s for the Deaf (Istituto per non udenti S. John) di Milwaukee da parte di Padre Lawrence Murphy.

L’inchiesta minuziosa e dettagliata parte dagli Stati Uniti, dove duecento bimbi sin dagli anni Cinquanta subirono abusi sessuali, per poi diffondersi in altre parti del mondo, come l’Irlanda e l’Italia, stimando circa 570 vittime di abusi: dati impressionanti e raccapriccianti. Un documentario durissimo che con un tono da omelia religiosa divide l’inchiesta in due parti: le violenze subite dai bimbi nella scuola St.John’s for the Deaf e da altri bimbi nel resto del mondo. E raggiunge il suo acume nella critica all’atteggiamento omertoso e inerte della Chiesa, nella persona del Cardinale Joseph Ratzinger, per aver avuto compassione per i preti e non per le vittime. La Curia Romana è così il principale bersaglio: pur avendo dal 2001 avviato un’inchiesta interna, non ha mai denunciato questi crimini contro l’umanità e spretato i preti.

Mea Maxima Culpa non vuole però essere una critica alla fede religiosa, ma forse un invito rivolto soprattutto al nuovo Papa affinché incontri le vere vittime del male, cui il documentario ha dato visibilità.

Alessandra Alfonsi

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