Bonifacci, il signor prezzemolo della commedia italiana

L’angolo di Michele Anselmi | Per “il Secolo XIX”

Improvvisamente, o quasi, il cinema italiano di commedia ha scoperto i nuovi Age & Scarpelli. Solo che è una persona sola: Fabio Bonifacci, classe 1962, scrittore, drammaturgo, pittore e filosofo oltre che sceneggiatore, con moglie, due figlie e casa a Bologna. Dal 1998 a oggi ha firmato diciassette film, più di uno all’anno; e se i primi, da “E allora mambo” e “Tandem”, costruiti sulla verve comica di Luca & Paolo, al poco memorabile “Ravanello pallido” pensato per Luciana Littizzetto, magari risultano lontani nella memoria, gli ultimi hanno fatto di lui lo sceneggiatore più pagato e ricercato.
Qualche titolo recente? “Si può fare” di Giulio Manfredonia, “Senz’arte né parte” di Giovanni Albanese, “Lezioni di cioccolato 2” di Alessio Federici, “Benvenuti al Nord” di Luca Miniero, “Il principe abusivo” di Alessandro Siani, “Amiche da morire” di Giorgia Farina, “Benvenuto Presidente!” di Riccardo Milani. Non tutti successi al botteghino; ma basterebbero i 27 milioni di euro incassati dal seguito di “Benvenuti al Sud” e gli oltre 13 dal debutto alla regia di Siani per assicurargli un’onesta pensione.
«Lo so, adesso Bonifacci va molto di moda. Di solito il momento d’oro dura due-tre anni, ma vedrete che passerà» celia un produttore che preferisce non farsi citare per nome. Un po’ vale anche per Massimiliano Bruno, cresciuto alla corte di Fausto Brizzi e oggi, dopo “Nessuno mi può giudicare” e “Viva l’Italia”, diventato un marchio di fabbrica della “nuova” commedia italica a sfondo sociale.

Lui, Bonifacci, in gioventù specializzato in «imprese insensate» come commerciare finte scarpe Clarks a scuola, si definisce oggi «un uomo da tastiera», nel senso delle molteplici attività di scrittura, anche per teatro, tv e letteratura. Quanto alla biografia, la riassume così sul proprio sito, dove tiene gratis lezioni di sceneggiatura. «Sono nato in un giorno di pioggia. Mi piace l’odore delle cantine, del bosco, della nuca dei bambini, del mare. Mi piace quando succede qualcosa che non hai previsto, quando parli con chi non conoscevi, quando dici qualcosa che non sapevi di pensare. Mi piace quando esci col sole e poi piove. Mi piace la generosità, l’erba tagliata, le ginocchia sbucciate, qualche filosofo, i regali senza motivo, il sapore dei baci». E ancora: «Mi piacciono gli utopisti, il vino rosso, il salame fatto casa. Mi piace chi ti guarda negli occhi. Mi piace chi si vergogna. Mi piace partire e non sapere per dove. Mi piace desiderare ciò che ho, e fare sogni d’amore per chi vive al mio fianco. Mi piace camminare nei boschi, ascoltare le storie dei vecchi, fumare emme-esse, andare in moto, incontrare la gente e sapere che non è per lavoro. Mi piace andare a funghi, inventare favole ai bambini, cantare da stonato, giocare a calcetto da fermo. Mi piace la vita quando è gratis e non ha secondi fini. Siccome è sempre più rara, scrivo».

Tutto molto poetico. Anche se poi le sue storie da cinema risentono di una furbizia sceneggiatoria che attiene più al mestierante consumato che al cineasta ispirato, con una rischiosa tendenza a forzare ogni situazione verso la farsa. Vedere per credere “Benvenuto Presidente!”, originariamente pensato per Carlo Verdone e poi “cucito” addosso a Claudio Bisio. C’è del vero, invece, quando Bonifacci sostiene: «Se scrivi un film, hai il 90 per cento di possibilità di non venderlo. Se lo vendi hai il 90 per cento di possibilità che non venga prodotto. Se viene prodotto, hai il 50 per cento di possibilità che venga stravolto. Quando esce, hai il 50 per cento di possibilità che sia un flop. Se invece è un successo, allora hai il 100 per cento di certezza: il merito lo prenderà qualcun altro».

Nell’ultimo caso, per sua fortuna, non è andata così. Nonostante siano dovuti passare dieci anni e undici sceneggiature prima che una sua storia venisse trasposta sul grande schermo, oggi Bonifacci è corteggiato dai produttori. Che siano Riccardo Tozzi di Cattleya, Raffaella e Andrea Leone, figli di Sergio, o Nicola Giuliano e Francesca Cima di Indigo Film. Si potrebbe parlare, finanche, di un “Bonifacci’s touch”, solo che Lubitsch è molto lontano. Anche quando trattano argomenti legati alla realtà italiana, come l’omosessualità e la politica in “Diverso da chi?”, la piaga della raccomandazione in “C’è chi dice no”, l’erompere eversivo dell’uomo normale al Colle in “Benvenuto Presidente!”, i suoi copioni rivelano i difetti di un cinema che vuole piacere subito e tanto, rifiuta la complessità dell’esistenza, rimastica battute già digerite. Un consiglio? Vada a vedere “Il lato positivo” e poi ne riparliamo.

Michele Anselmi

Lascia un commento