Generi cinematografici e immagini in presa diretta. Una risorsa o un ostacolo?

L’uscita nelle sale del sequel di ESP: fenomeni paranormali, che nonostante un esito tutto sommato accettabile non esorbita dal livello di mediocrità in cui il cinema di genere sembra essere precipitato, porta alla mente degli appassionati e non solo un’annosa questione, che molti sembrano non voler affrontare. Posto che Paranormal Activity ha aperto una nuova epoca nella cinematografia dell’orrore neo-gotico, quale rapporto si deve (o meglio, si dovrebbe) instaurare fra l’occhio registico e quel genere di immagini, vale a dire quelle che sfruttano l’effetto “presa diretta”?

Certamente l’innovazione, quando venne presentata per la prima volta nelle sale alcuni anni fa, ha lasciato sperare di poter risollevare le sorti di una filiera produttiva ormai in declino: la sovrapposizione dello sguardo spettatoriale con quello registico e con quello diegetico incarnato dai personaggi ha fatto intravedere la possibilità di costruire una nuova storia delle immagini, che non mettesse al centro della scena solo lo sterile autocompiacimento per effetti di suspense ormai privi di senso ma una consapevolezza ulteriore della medialità dell’immagine.

Come si dice: a doppia speranza, doppia caduta. Non solo le aspettative sono state praticamente disattese ma ormai questo genere di composizione si è diffusa come un malessere endemico, canonizzandosi e bloccando le migliori intuizioni delle ultime uscite in sala in un pedissequo alessandrinismo che cerca a tutti i costi il gusto della citazione con i capostipiti di questa tendenza. Chi segue con attenzione gli ultimi sviluppi del cinema di genere che qui consideriamo potrà benissimo essere d’accordo nel ritenere che al di là di alcuni sporadici lampi di genio (come il francese Martyrs e qualche altra eccezione) il panorama degli ultimi anni è diventato banale e scontato (perfino imbarazzante, nel caso del Dracula 3D di Argento).

Quella di fronte a cui ci si trova oggi è una sfida storica per la storia di questo cinema d’intrattenimento, una scelta di campo decisiva. Proseguire questa discesa nell’abisso, è facile a prevedersi, poterà alla fossilizzazione di una delle modalità cinematografiche più generative della storia della settima arte. Un uso più intelligente della tecnica fatta propria da titoli come REC, invece, potrebbe rinverdire la situazione e riportarci ai tempi in cui fare un film di genere non significava necessariamente fare un film di serie B.

Nell’epoca post-moderna in cui ci troviamo a vivere, con il tramonto del rigido paradigma strutturalista, sarebbe infatti buona cosa cominciare a considerare anche i prodotti di intrattenimento come interessanti spie sociologiche di tendenze forse non ancora espresse. I generi cinematografici, enormi e spesso sterili contenitori che il cinema classico ha concepito per ingabbiare il peregrinare dello sguardo del flâneur benjaminiano, possono essere una risorsa preziosa per chi si appresta a realizzare un film, a patto che li si sappia utilizzare.

Non essendo categorie ferme nel tempo, essi possono ricombinarsi in maniere inedite, creando sincretismi insperati e di rara efficacia. Sarebbe bene quindi che cinema d’intrattenimento/di genere e cinema d’essai/d’autore facessero un passo indietro, sotterrassero l’ascia di guerra e fondessero i loro strumenti d’indagine e di lavoro per salvare il cinema da questo storico empasse. Sarebbe quantomeno interessante realizzare un film horror con gli strumenti proposti da Alina Marazzi in Vogliamo anche le rose e Un’ora sola ti vorrei, un esperimento che merita almeno di poter essere tentato.

Giuseppe Previtali

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